Dal fare ciò che serve e sarà sufficiente a fare qualcosa non ci sono solo tredici anni di differenza ma un baratro che separa la dura realtà dalle intenzioni dell’Europa che si specchia nell’abisso. Le parole di Mario Draghi al Parlamento europeo mercoledì 18 febbraio hanno fatto poco rumore perché l’aula dell’assemblea sembrava già stordita dal clamore delle dichiarazioni bellicose di Donald Trump sulla pace americana da imporre all'Ucraina, ma saranno ricordate come il famoso «whatever it takes» durante la crisi dell'euro, con una differenza: stavolta non c'è nessun bazooka che possa salvare l'Unione dall'irrilevanza politica.
Nonostante il mercato unico di 470 milioni di persone, le più benestanti del pianeta. Nonostante la difesa dei diritti dell'uomo, che mai come nel nostro spazio comune vengono garantiti. Nonostante la forza della finanza che riesce, a dispetto di fisco e regole disomogenee, a mantenere in alto tutte le nostre borse. E nonostante, non dimentichiamolo, tutto il carico di storia che abbiamo alle spalle. Alle spalle, appunto.
«Fate presto qualcosa, non si può dire no a tutto. Presto potremmo essere lasciati soli a garantire la sicurezza in Ucraina e nella stessa Europa. Eppure ad oggi il sistema di difesa dell’Ue continua a essere una delle nostre vulnerabilità perché la frammentazione della capacità industriale lungo le linee nazionali impedisce la necessaria scala», ha detto Draghi, scandendo le sue affermazioni come se stesse suonando la campana dell'ultimo giro di giostra.
L'ex presidente della Bce ha quantificato anche le risorse necessarie per trasformare le idee contenute nel suo report in realtà, dando un senso al New Green Deal e creando i presupposti per la difesa unica e le necessarie catene di approvvigionamento energetiche e digitali. «Una cifra di 750-800 miliardi di investimenti rappresentano una stima prudente, basata sulla situazione attuale» e per reperirli «è necessario emettere titoli di debito, e questo debito comune deve essere per definizione sovranazionale visto che alcuni Paesi dispongono di spazio fiscale, ma non sufficiente nemmeno per i propri obiettivi, mentre altri non hanno alcun margine di manovra».
Il discorso di Draghi e la sua ricetta, una moneta, un esercito, un debito, hanno posto anche l’accento sulla necessità di abbattere le barriere interne, armonizzare e semplificare le regolazioni. Serve una standardizzazione soprattutto nel settore degli armamenti, che in questa fase diventa cruciale per dotare l’Europa di una difesa comune in grado di fronteggiare le sfide che si prospettano.
In definitiva, il mercato interno europeo ha una dimensione comparabile a quello degli Stati Uniti ma è penalizzato dal proprio assetto normativo ed è la forza politica dell'intuizione dell'ex presidente del Consiglio. Solo se diverrà finanziariamente più forte e più integrata, l’Europa si farà rispettare dal presidente americano perché risponderà con la forza del capitale alla forza muscolare del nuovo inquilino della Casa Bianca. Abbiamo da abbattere ancora molti muri di Berlino dentro il mercato unico e senza di essi potremmo rimediare ampiamente ai dazi di Trump.
Le barriere interne equivalgono, secondo il Fondo monetario internazionale, a una tariffa di circa il 45% nel settore manifatturiero e del 110% nel settore dei servizi. Le regole europee sulla protezione dei dati personali hanno incrementato del 20% i costi dei dati sopportati dalle aziende europee. Sono quei dazi interni che sempre Draghi ha denunciato con il suo articolo sul Financial Times.
Ma misure commerciali l'Europa le dispone per rispondere finalmente alla chiamata di Draghi, unica voce che si è levata dopo il provocatorio discorso del vicepresidente J.D. Vance. Esistono misure sulla protezione dell’Unione e dei suoi Stati membri dalla coercizione economica da parte di paesi
terzi, che appunto possono essere i dazi, in grado di colpire la nostra comunità europea e le sue aziende. Sono norme che assomigliano agli atti esecutivi di Trump e che si possono prendere a maggioranza nel Consiglio Europeo dopo una sorta di processo per carte agli accusati.
Lo prevede un regolamento del 2023 che recita: «Ove necessario per conseguire l’obiettivo del presente regolamento, la Commissione può adottare misure di risposta dell’Unione che incidono sull’accesso all’Unione di investimenti esteri diretti o sugli scambi di servizi e che si applicano ai servizi prestati o agli investimenti diretti effettuati all’interno dell’Unione da parte di una o più persone giuridiche stabilite all’interno dell’Unione e di proprietà di persone del paese terzo o da loro controllate».
In pratica Bruxelles può inibire l’accesso al mercato ad Amazon, Google, Meta, Microsfot, magari anche Tesla di Elon Musk. Un bazooka giuridico, proprio quello che chiede Draghi. Bruxelles lo userà o avrà bisogno di Super Mario come nel 2012 per farlo? I prossimi giorni saranno decisivi, per ora il film dell’orrore che stiamo guardando ha un titolo amaro: America first, Europe last, ma non è scritto che finisca così. Si può ancora far prendere alla storia un binario migliore della disintegrazione, basta volerlo. Do something. (riproduzione riservata)