«Egregio signor ministro, chiediamo urgentemente un cambio di passo nell’eolico offshore. La sua esclusione dai primi bandi del Fer2 costituisce un grave ostacolo al suo sviluppo». In queste poche righe estratte dalla lettera inviata al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin si condensa la preoccupazione delle oltre 60 imprese di Aero, l’associazione delle Energie Rinnovabili Offshore. Molte di queste sono quotate, come Fincantieri, Saipem, Prysmian eccetera, ma l’allarme le attraversa tutte, dentro e fuori il listino, dalla cantieristica all’assemblaggio degli aerogeneratori, dalla logistica portuale ai trasporti specializzati. A firmare la lettera è il presidente di Aero, Fulvio Mamone Capria, che a MF-Milano Finanza premette: «Tutti sembrano a favore dell’eolico offshore per il contributo che potrebbe dare da subito all’indipendenza energetica dell’Italia, eppure da quando si è iniziato a parlarne si sono succeduti tre governi, ma quello che resta da fare è ancora molto. E intanto altri Paesi, come la Francia, ci hanno abbondantemente superato».
La preoccupazione ha basi concrete, a partire dai 300 milioni di euro che gli operatori hanno già tirato fuori solo per far partire gli iter autorizzativi. «Soldi che avremo buttato via se non si andrà avanti con i progetti», sottolinea Mamone Capria. Ma a ballare sono cifre ben più alte: «Con i progetti già pronti a partire, gli investimenti ammontano a 15 miliardi di euro».
Mamone Capria mette in fila le tappe di una lunga attesa. «Il testo del Fer2 è stato pubblicato solo ad agosto 2024, dopo un anno e mezzo di interlocuzioni con l’Unione Europea. La tariffa di 185 euro per Megawattora era considerata di avviamento per i progetti galleggianti. Se si voleva modificarla c’era tutto il tempo dall’insediamento del governo fino ad agosto 2024, ma non è stato fatto. Poi, all’inizio del 2025, ci è stato detto che non c’erano progetti con sufficienti Gigawatt per far partire una competizione. Ma noi questo lo contestiamo con i numeri: un anno fa avevamo 1,3 Gw autorizzati, oggi siamo a 2,3. Una competizione può partire, e può partire bene». Eppure il decreto Fer2, che di 4,6 gigawatt complessivi di nuova capacità ne assegna 3,8 all’eolico offshore, non si è ancora tradotto in aste. «Bisogna recuperare il tempo andato perso, procedere con la pubblicazione del calendario delle aste e con una prima gara nel 2026, così da aggiudicare l’intero contingente entro il 2028. È esattamente quello che chiediamo al ministro, che per inciso non ci ha ancora risposto».
In totale 26 progetti per circa 18 gigawatt complessivi hanno già avviato l’iter di Valutazione di Impatto Ambientale. «C’è un potenziale che, se venisse messo in condizioni di esprimersi, attirerebbe in Italia anche molti investitori esteri, che adesso preferiscono guardare a Irlanda, Polonia, Gran Bretagna, Portogallo, a tutti quei Paesi dove il quadro è più chiaro».
In Italia invece tra gli operatori c’è già chi ha fatto dietrofront davanti alle difficoltà e alle lungaggini e altri ci stanno pensando. Ma in generale il fronte è compatto e ancora spera di portare a casa i risultati.
«Cerchiamo di mantenerci ottimisti e di non porci scadenze ultimative», assicura Mamone Capria, «Il 2026 però deve essere l’anno della svolta». Il punto è che, insiste il presidente di Aero, «l’eolico offshore non è un progetto sperimentale o una tecnologia promettente come i reattori Smr, che arriveranno non prima del 2035. Possiamo costruire cantieri immediatamente, assemblare aerogeneratori, collegare impianti da 500 Mw ciascuno. Con 15 Gigawatt al 2050 potremmo coprire circa il 10% del fabbisogno elettrico nazionale riducendo la dipendenza dal gas e creando 11.400 posti di lavoro. Ma il tempo stringe: o diventiamo protagonisti di questa filiera nel Mediterraneo oppure perderemo un’occasione industriale che non tornerà». (riproduzione riservata)