L’industria dello spazio italiana vale 8 miliardi di euro di produzione, dà lavoro a oltre 23 mila addetti e genera 2 miliardi di valore aggiunto, pari allo 0,1% del pil. È la prima fotografia ufficiale dell’economia dello spazio diffusa dall’Istat, che compila – secondo le linee guida di Esa, Eurostat e Ocde – un report tematico dedicato al settore, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana.
La misurazione copre tutte le unità produttive pubbliche e private coinvolte nella filiera, dalle attività di progettazione e costruzione di satelliti (upstream) ai servizi che li utilizzano (downstream), fino ai prodotti “space-derived”. Sono escluse solo le spese di difesa. La rilevazione sarà triennale: il prossimo aggiornamento arriverà nel 2027 con i dati 2024.
Nel 2021 le imprese dello spazio hanno esportato beni e servizi per 2,1 miliardi contro 1,6 miliardi di importazioni, effettuato investimenti materiali per 700 milioni e speso in R&S circa 600 milioni. La sola componente non-market (università e centri di ricerca) aggiunge altri 400 milioni di valore aggiunto.
Il cuore industriale è l’upstream: oltre 14 mila addetti, 4,1 miliardi di produzione e 1,3 miliardi di valore aggiunto. Le imprese upstream esportano 1,8 miliardi di euro, a fronte di 1,2 miliardi di import. La manifattura pesa per circa 1 miliardo di valore aggiunto: altri mezzi di trasporto (700 milioni), elettronica (205 milioni) e macchinari (45 milioni) spiegano più del 90% del totale. Nei servizi dominano software, telecomunicazioni e programmazione e trasmissione.
Le imprese di grandi dimensioni generano il 78% del valore aggiunto del comparto, micro e piccole imprese sono quasi marginali. Ancora più concentrata la struttura proprietaria: il 90% del valore aggiunto arriva da imprese appartenenti a gruppi multinazionali, metà a controllo italiano e metà estero. Le multinazionali generano la quasi totalità dei flussi con l’estero: 1,5 miliardi di import e 2 miliardi di export.
Quasi il 90% dell’attività è localizzato tra Centro e Nord-Ovest. Le tre regioni leader sono il Lazio con 0,8 miliardi di valore aggiunto e 8 mila addetti, la Lombardia (0,7 miliardi, 8,3 mila addetti) e il Piemonte (0,2 miliardi, 2,2 mila addetti). La produttività del lavoro nelle imprese “space” è del 65% superiore al resto dell’economia (84.800 euro per addetto contro 51.300). Nell’upstream sale a 94.100 euro (+80% rispetto alle altre imprese).
Anche le retribuzioni seguono la stessa dinamica: 41.100 euro lordi medi per addetto upstream, il 55% in più rispetto alla media nazionale. Il settore resta però polarizzato: la forza lavoro è in larga maggioranza maschile (77% contro 60% nel resto dell’economia) e gli under 40 sono meno presenti (34% contro 40%). Elevato il livello di istruzione: un terzo dei dipendenti ha una laurea, il doppio della media.
Il grado di apertura internazionale delle imprese upstream è del 77% superiore rispetto al resto dell’economia: non perché importino di più (la quota è simile) ma perché esportano molto di più (33% della produzione contro il 15%). Rispetto alle imprese non-space, quelle upstream diversificano anche meglio: esportano in 12 Paesi contro 7,5 medi e offrono una gamma più ampia di prodotti (13 contro 9).
Le imprese upstream investono leggermente meno in beni materiali rispetto alla media, ma molto di più in R&S: la ricerca pesa per il 6,1% della produzione (contro 2,6%) e per il 11,9% del valore aggiunto (contro 7,2%). Solo il 3,7% dei contratti è a tempo determinato (nel resto dell’economia sono il 16,6%). E anche i lavoratori a termine guadagnano di più: +31,8% rispetto ai colleghi di altri settori. (riproduzione riservata)