Non solo capitalizzazioni stellari in borsa, ma anche maxi finanziamenti di venture capital. La frenesia che circonda l’intelligenza artificiale ha gonfiato i numeri delle aziende del settore a tutti i livelli: dalle big tech che nel 2025 hanno infranto numerosi record sul mercato (prima che la paura di una bolla non intervenisse a raffreddare almeno in parte le quotazioni) fino alle società non quotate e alle startup. Queste ultime, secondo dati Pitchbook riportati dal Financial Times, negli Stati Uniti hanno accumulato capitali per circa 150 miliardi di dollari nel 2025, una cifra senza precedenti.
Nel totale rientrano innanzitutto i maxi round di finanziamento dei campioni non quotati, come OpenAI, Anthropic e xAI di Elon Musk. La sola OpenAI, per esempio, ha raccolto oltre 40 miliardi di dollari quest’anno, ottenuti innanzitutto dalla holding giapponese Softbank (che ha appena completato l’investimento).
La rivale Anthropic, invece, ha ricevuto un finanziamento da 15 miliardi da parte di Nvidia (fino a 10 miliardi) e Microsoft (fino a 5 miliardi). che ha portato la valutazione a circa 350 miliardi. La xAI di Musk ha raccolto 15 miliardi di dollari in due mesi in autunno.
Nel complesso, secondo il censimento del sito specializzato in tecnologia TechCrunch, 49 startup statunitensi hanno raccolto almeno 100 milioni tra gennaio e novembre 2025 (lo stesso numero registrato nell’intero 2024). Sette di queste hanno superato il miliardo.
L’afflusso di capitali sulle società che si occupano di AI riflette l’elevato interesse degli investitori, anche se non mancano gli interrogativi sulla sostenibilità delle valutazioni e dei modelli di business. Questo vale per i colossi tecnologici, che nel 2026 dovranno dimostrare di saper trarre benefici concreti dagli investimenti pluri-miliardari effettuati, e a maggior ragione per le imprese più giovani, chiamate a strutturarsi per non rischiare di entrare in crisi quando l’hype che circonda l’AI inizierà a diminuire.
La grande massa di capitali raccolti, secondo il Financial Times, starebbe consentendo a diverse società di costruire quelli che gli esperti definiscono «fortress balance sheets» (bilanci fortezza, ndr). Questa espressione, resa popolare dal numero uno di Jp Morgan, Jamie Dimon, indica situazioni patrimoniali particolarmente solide, con elevata liquidità e basso indebitamento, impostate per sopravvivere a shock economici e condizioni di mercato difficili.
Tuttavia, la competizione è diventata brutale e non tutte potranno uscirne vincitrici, il che richiede agli investitori una selezione quanto mai attenta delle aziende su cui puntare. (riproduzione riservata)