L’alluminio ha superato quota 3.000 dollari a tonnellata per la prima volta dal 2022 (+20,5% negli ultimi dodici mesi) venerdì 2 gennaio. Le contrattazioni sul metallo sono sostenute da un’offerta in contrazione e dalle scommesse sulla domanda di lungo periodo. La corsa non è solitaria, si affianca ad altri metalli di base che hanno toccato nuovi record a fine 2025.
Il tetto alla capacità di fusione in Cina e le limitazioni alla produzione europea dovute ai prezzi elevati dell’elettricità hanno ridotto le scorte globali, mentre la domanda proveniente dai settori delle costruzioni e delle rinnovabili resta solida. I futures sono saliti del 20% lo scorso anno, il miglior risultato dal 2021.
Anche il rame ha ripreso a salire (+40% negli ultimi dodici mesi) dopo aver chiuso il miglior anno dal 2009 grazie a un’offerta limitata. Il nichel, invece, è balzato dopo che PT Vale Indonesia ha sospeso le attività estrattive in seguito a un ritardo nell’approvazione del piano di lavoro da parte delle autorità. Il rame ha toccato una serie di massimi storici durante il rally di fine anno, risultando il miglior performer tra i sei metalli industriali scambiati al London Metal Exchange. Nel 2025, miniere in Indonesia, Cile e Repubblica Democratica del Congo hanno subito incidenti, mentre le preoccupazioni sui dazi hanno spinto i trader ad aumentare le spedizioni verso gli Stati Uniti.
Il metallo rosso guadagna lo 0,5% a 12.487 dollari a tonnellata dopo aver perso l’1,1% nella seduta precedente. L’alluminio sale dello 0,4% a 3.008 dollari, avviandosi verso il terzo rialzo consecutivo. Il nichel avanza dell’1,2% a 16.845 dollari dopo aver registrato a dicembre il maggiore incremento mensile da aprile 2024.
PT Vale Indonesia ha spiegato che il ritardo non dovrebbe incidere sulla sostenibilità complessiva delle operazioni, un fatto del genere è abbastanza frequente nel Paese del Sudest asiatico. I trader sono tuttavia concentrati sull’offerta dopo che l’Indonesia ha annunciato l’intenzione di ridurre la produzione nel corso dell’anno.
La Cina, primo produttore mondiale di alluminio, ha ribadito la priorità di evitare un eccesso di capacità produttiva per contenere le pressioni deflazionistiche sui produttori. Il Paese è atteso superare quest’anno il tetto di produzione di 45 milioni di tonnellate ma insiste nel controllo sulla produzione della lega.
Questi sviluppi hanno spinto le aziende a vendere la produzione soggetta a limiti sul mercato interno anziché esportarla, facendo crollare l’export del 9,2% su base annua a novembre. Allo stesso tempo, i progetti delle fonderie cinesi per costruire nuovi impianti in Indonesia continuano a incontrare difficoltà a causa dei maggiori costi energetici e dei rischi normativi locali.
Nel frattempo, alti costi dell’energia, guasti agli impianti, difficoltà nell’approvvigionamento di bauxite (la materia prima fondamentale e più comune per la produzione dell'alluminio) e rischi geopolitici hanno portato alla sospensione di importanti fonderie anche in altri Paesi, tra cui Islanda, Mozambico e Australia. (riproduzione riservata)