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HENRY KRAVIS CEO KKR
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Kkr asso pigliatutto. Storia e segreti del fondo americano che ha in mano sempre più Italia

di Fabio Pavesi
25 ottobre 2024, 20:30 Ultimo aggiornamento: 20:47

L’ultimo colpo è l’acquisto del 25% di Enilive per 2,9 miliardi. A inizio anno ha rilevato anche la rete di Tim e ora sgambetta Open Fiber | https://www.milanofinanza.it/news/eni-cede-a-kkr-il-25-di-enilive-per-2-9-miliardi-di-euro-202410240754374604

Un uno-due che vale 25 miliardi. L’annuncio dell’acquisizione del 25% del capitale di Enilive, la società del gruppo petrolifero attiva nella cosiddetta mobilità verde, per un controvalore di 2,9 miliardi di euro, segue a ruota l’altra grande operazione messa a punto dal fondo d’investimento Usa Kkr. L’acquisto della rete di Telecom Italia per un valore di 18,8 miliardi, più un earn out da 2,5 miliardi, formalizzato lo scorso luglio. Così il mega fondo americano è sempre più presente nei settori che contano dell’Italia. Business ad altra profittabilità, in particolare la rete infrastrutturale di Tim.

Che la potente macchina da soldi a stelle e strisce continui a segnare primati su primati sotto il profilo della redditività lo dicono i conti. Proprio l’altro giorno, in concomitanza con l’operazione Enilive, il gigante del private equity ha sfornato i numeri della sua ultima trimestrale, chiusa lo scorso settembre.

Chi è Kkr e quanto guadagna

I profitti, come al solito, non sono mancati: il gruppo nei tre mesi tra giugno e settembre ha realizzato a livello globale utili per 1,2 miliardi di dollari in rialzo del 58% sui 12 mesi precedenti. Con il balzo dei profitti sono salite anche le masse in gestione che a fine settembre valevano 624 miliardi, in aumento del 18%. Il mega-fondo quotato a Wall Street ha anche attirato nuovi capitali affluiti nei suoi vari fondi di investimento per 24 miliardi nel trimestre, portando la raccolta di denaro fresco a 118 miliardi da inizio anno.

Non sorprende la capacità di Kkr di raccogliere risorse dai suoi clienti e investitori, dato gli alti ritorni che, tramite i suoi 50 fondi e oltre che gestisce, è in grado di assicurare nel tempo. I profitti ancora non realizzati nel suo portafoglio, che vanno dal private equity, ai fondi infrastrutturali, alla gestione del risparmio, ammontavano a fine settembre scorso a 7,9 miliardi di dollari.

Ritorni a doppia cifra, utili attesi sopra i 4 miliardi

Del resto le performance sul medio-lungo termine dei suoi investimenti sono più che lusinghiere. Dai fondi di private equity Kkr promette ritorni al 17%. Dai fondi che investono in infrastrutture, dove è confluita la rete di Telecom ad esempio, i ritorni attesi sono del 18%. Dagli investimenti sul credito le performance si attestano al 12%. Tutti numeri a doppia cifra. Percentuali più che soddisfacenti per i clienti che affidano i loro soldi al fondo e per gli azionisti del colosso Usa. Il ricco terzo trimestre, che ha visto i profitti in rialzo del 58%, promette bene la chiusura contabile dell’intero anno.

Per il 2024 le stime del consensus, raccolte da S&P Global market intelligence, prevedono utili oltre i 4 miliardi di dollari. I risultati del trimestre e le previsioni sui ricchi utili per l’intero anno hanno fatto salire il titolo in borsa del 3% nella seduta di giovedì. Ma è il track record dei prezzi dell’azione a impressionare.

Da inizio anno il titolo a Wall Street ha avuto un incremento del 76%. Ma Kkr è uno sprinter di lunga distanza sul listino Usa: negli ultimi 5 anni la performance è stata del 400% e dalla quotazione nel 2010 a 9,69 dollari il titolo è salito quasi senza soluzione di continuità fino al suo massimo storico, toccato proprio in questi giorni, a 142 dollari per azione.

Nel 1977 inizia la lunga storia di Kkr

Una poderosa macchina da soldi sia per se stessa sia per i suoi soci, che guarda caso sono la gran parte degli altri investitori istituzionali e gestori del risparmio a livello globale. 

La lunga storia di successo, iniziata nel lontano 1977 e che vede tuttora al comando i due fondatori, cioè Henry R. Kravis e George Roberts, non ha di fatto mai tradito le aspettative. Pur talvolta con operazioni spericolate, come l’assalto all’americana Nabisco nel lontano 1989, che è stato il più grande leverage buy out a livello globale di quegli anni e ha reso famoso tra gli investitori il marchio Kkr. Tuttora i due vecchi fondatori sono i primi azionisti del gruppo, ciascuno con una quota di poco più del 9 per cento del capitale e una ricchezza patrimoniale di 12 miliardi di dollari per ciascuno.

Kkr ovviamente ottiene rendimenti sul capitale a doppia cifra grazie all’uso potente della leva finanziaria. Che è l’unico vero grande rischio per il gruppo e per gli investitori dei suoi fondi. Rischio che finora non si è mai palesato. Quindi opera come un grande fondo d’investimento, soprattutto nel private equity, che entra con quote nel capitale di aziende interessanti e che nel tempo valorizza per poi uscire dal capitale. Oppure, come nel caso della rete Tim, ha un approccio più paziente, che spesso necessita di investimenti più lunghi per poi meditare l’exit strategy quando il ritorno del capitale diventa a doppia cifra.

La battaglia sulla rete in Italia

Così come non ci sono due autostrade del Sole che corrono affiancate, ha ben poco senso avere due reti di telefonia che si sovrappongono. È questo il quadro complicato (e di non facile soluzione) che si sta venendo a creare dopo la cessione della rete Tim, confluita nella vecchia Fibercop, proprio agli americani di Kkr.

Nel campo largo della vicenda della rete in fibra ottica c’è già Open Fiber, la società partecipata da Cdp con il 60% e dal fondo Macquerie con il restante 40%. Ma l’altro protagonista di peso in una storia che si fa molto aggrovigliata, è lo Stato italiano che tiene il piede in due staffe, essendo socio di entrambi i competitor.

Se Cdp ha il 60% di Open Fiber, il Mef ha il 16% nella Fibercop, che ha rilevato la rete Tim e che vede Kkr al comando con il 37,8% del capitale. Non solo: Cdp ha anche circa il 10% della stessa Tim, sgravata da buona parte del suo debito con la vendita della rete a Kkr.

Accrocchio di Stato

Come si capisce, si tratta di un accrocchio che mette il governo in una situazione di potenziale grande conflitto d’interessi. Quel che va bene a Open Fiber, può danneggiare Fibercop e viceversa. Di recente l’inghippo della costruzione della rete in fibra ha visto scontrarsi i due antagonisti. Con Open Fiber che accusa la società - dove Kkr governa con il 37,8% del capitale affiancato da un fondo di Abu Dhabi e da un fondo canadese forte di un 17,5% ciascuno - di intralcio e d’invasione di campo sulle aree dove sta posando i cavi. E con Fibercop che respinge al mittente le accuse sostenendo che è Open Fiber che vuole spostare i suoi cavi su aree dove c’era già un vecchio piano di posa della fibra autonomo di Tim.

In mezzo ci sono anche i fondi del Pnrr che si rischia di perdere e l’impegno da parte di Kkr a versare nelle casse di Tim 2,5 miliardi (per il cosiddetto earn out) se si arriverà a una fusione tra i due attori in campo. Al di là delle schermaglie che stanno avvelenando il clima, è il Paese o meglio lo Stato italiano a rischiare di finire incartato nella partita per la rete unica con il rischio, neanche tanto remoto, di perdite miliardarie. I segnali ci sono.

Arrivano dal versante Open Fiber, per anni in ritardo nella posa e che sta accelerando solo ora sui tempi. La società produce perdite: nel 2023 sono state per 289 milioni. Ha un debito di 6 miliardi e linee con le banche fino a 9 miliardi per finire i lavori. Sulle perdite c’è poco da dire. La società dove Cdp ha il 60% e Macquerie il 40% è un project financing che può solo investire, dato che i veri ricavi e i flussi di cassa arriveranno dopo la fine dei lavori sulla banda larga. Guadagnerà soltanto in futuro.

Cdp svaluta la quota di Open Fiber

Open Fiber è presente nel bilancio consolidato di Cdp per soli 1,2 miliardi che significa valorizzare il 100% del gruppo solo 2 miliardi. Con un buco potenziale di oltre 3 miliardi rispetto alla valutazione di 5,4 miliardi che era stata fatta per l’intero gruppo nel 2021, quando Enel vendette il 50% della sua quota (il 10% a Cdp e il 40% a Macquarie) portando a casa una plusvalenza di ben 1,8 miliardi. Il più grande affare dell’Enel guidata allora da Francesco Starace, che era stato chiamato a costituire Open Fiber dal governo Renzi nel 2016 in comproprietà con Cdp.

Dopo quell’affare tutto è precipitato, anche perché è difficile tirare la fibra nelle cosiddette aree grigie e bianche dove non c’è mercato. E ora la quota del 60% di Cdp nel capitale di Open Fiber vale 1,2 miliardi contro gli oltre 3,2 miliardi all’epoca dell’uscita di Enel tre anni fa. Adesso le cose sembrano migliorare, ma di certo sullo Stato e sui contribuenti pesa quella minusvalenza potenzialmente miliardaria.

Conti in tasca a Fibercop e a Kkr

Meno complessa la situazione per lo Stato su Fibercop. Ma anche qui le incognite non mancano. La vecchia rete di Tim è di fatto per lo più nel vetusto rame e trasformarla con la fibra vuol dire investimenti quantificati dalla società per almeno 12 miliardi nei prossimi 5 anni. Fibercop vedrà i suoi ricavi salire a oltre 4 miliardi nei prossimi anni con un ebitda di almeno 2 miliardi. Ma quel flusso di cassa verrà nei prossimi anni assorbito dalla spesa per investimenti. Anche qui la vera profittabilità anche elevata (al 50-60% dei ricavi) arriverà dopo la fine del ciclo di investimenti.

Ed è ovvio che in prospettiva di una fusione tra Open Fiber e Fibecop per creare la rete unica, tanto invocata dal governo, gli americani di Kkr hanno tutto l’interesse a vedere indebolirsi Open Fiber.

Nei futuri rapporti di concambio tanto meno vale Open Fiber tanto più Kkr guadagna. Addirittura in caso di mancata fusione Kkr risparmierebbe i 2,5 miliardi dovuti a Tim. Ma è un gioco pericoloso. L’eventuale crollo di Open Fiber avrebbe ripercussioni pesanti. Prima fra tutti su Cdp e sulle banche che sono esposte per 9 miliardi sul gruppo. Sta di fatto che la battaglia è solo agli inizi.

Un dato però è certo. Più Fibercop riuscirà a essere redditizia, più Kkr potrà garantire quel ritorno sull’investimento a doppia cifra che i suoi clienti pretendono, salvo portar via i loro denari dalla raccolta dei fondi del gruppo Usa. Il segreto come sempre per Kkr è la leva finanziaria: meno capitale usa più i ritorni saranno elevati. FiberCop, una volta completato il ciclo di investimenti, potrà arrivare a valere oltre 30 miliardi di euro.

Tanti soldi per Kkr che di Fibercop possiede quasi il 38%. Senza dimenticare che Kkr pagò nel 2021 solo 1,8 miliardi per entrare nella vecchia Fibercop con il 37,5%. La stessa quota con cui governa ora nella nuova Fibercop che ha però dentro tutta la rete Tim. (riproduzione riservata)



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