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NARENDRA MODI PRIMO MINISTRO DELL'INDIA
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Jp Morgan fa entrare i bond dell’India nei suoi indici. Per Lgim si creerà un mare di liquidità. Ecco tutti i numeri

26 settembre 2023, 09:50 Ultimo aggiornamento: 11:07

Lgim ricorda che negli ultimi cinque anni, i titoli governativi indiani hanno offerto un rapporto rendimento/duration in linea con altri famosi emittenti emergenti, mantenendo però il rating medio di investment grade

E’ stata finalmente annunciata la tanto attesa inclusione dei titoli di Stato dell’India nella famiglia di indici Global Bond Index-Emerging Markets (Gbi-Em) di Jp Morgan, gestore dell'ampia suite di benchmark obbligazionari dei mercati emergenti. La notizia è arrivata nel fine settimana, nella notte tra venerdì 22 e sabato 23 settembre, e ha fatto subito aumentare le probabilità che anche altri gestori di benchmark seguano presto l’esempio. L’indice è usato dai fondi passivi come gli Etf e dai fondi come parametro di riferimento. »Questo evento rappresenta un ulteriore riconoscimento per un mercato molto esteso e in rapida crescita che, però, fino ad oggi è stato difficilmente accessibile per gli investitori stranieri», premette Lee Collins, head of index fixed income di Lgim.

L’impatto

L’inclusione inizierà dal 28 giugno 2024 con incrementi dell’1% al mese e si completerà entro il 31 marzo 2025, con un peso complessivo del 10% nell’indice diversificato globale Gbi-Em, valore che rappresenta il limite massimo per Paese per questo indice, la stessa quota attualmente rappresentata dalla Cina. 

«Circa 330 miliardi di dollari di obbligazioni di stato indiane in valuta locale su 23 titoli nell’ambito del Fully Access Route (Far, ndr) si qualificano come idonei. Si stima che questa inclusione porterà circa 22 miliardi di dollari nel corso di 10 mesi a partire dal 24 giugno dai gestori passivi verso le obbligazioni indiane», afferma Citi perché stima che le masse che replicano l’indice Gbi-Em siano pari a 220 miliardi e dato il potenziale peso dell’India nel benchmark del 10%, la sua inclusione potrebbe valere quindi circa 22 miliardi. «Questo annuncio dovrebbe anche alimentare le aspettative di lanci di inclusione nell’indice obbligazionario indiano da parte di altri gestori di indici come Bloomberg Barclays Global Aggregate Index, che potrebbero portare ulteriori afflussi passivi per un valore di circa 10 miliardi di dollari: è seguito da strategie passive con asset attorno ai 2.500 miliardi e con un possibile peso tra lo 0,3 e lo 0,5%, calcola Citi, l’inserimento anche in questo indice potrebbe spostare masse tra i 7,5 e i 12,5 miliardi. In totale quindi gli afflussi stimati sono pari a un ammontare di 32 miliardi di dollari da parte dei fondi passivi, oltre agli afflussi aggiuntivi da parte di investitori attivi. Citi nota che  «gli investitori attivi e il pre-posizionamento da parte delle banche per facilitare la domanda dei gestori di indici passivi iniziano in genere mesi prima dell’effettiva inclusione».

Più ottimistiche le indicazioni di Lgim che cita dati di BofA: «Considerando che il valore complessivo dei bond che potrebbero essere selezionati si attesta attorno ai 400 miliardi di dollari, i flussi di cassa generati da questa operazione saranno compresi tra i 35 e i 40 miliardi». Per quanto riguarda le conseguenze di lungo periodo, invece, «JPMorgan e Morgan Stanley prevedono che la quota di bond indiani detenuta da investitori stranieri dovrebbe passare dal 2% di oggi, al 9% entro il 2030». Anche per Lgim a «è lecito aspettarsi che questa operazione potrebbe fare da apripista e innescare un trend che porterà i titoli di Stato indicani ad essere inseriti in altri grandi indici; per fare un esempio, una simulazione condotta dalle due società appena citate ha rivelato che inserirli nel Bloomberg Global Aggregate index genererebbe flussi di cassa compresi tra i 10 e i 13 miliardi», spiega Lee.

Le ragioni dell’inserimento

«Diversi grandi Paesi emergenti – per ragioni geopolitiche o per la tardiva gestione delle economie – hanno perso la fiducia degli investitori negli ultimi mesi, e i gestori dell’indice potrebbero aver sentito il bisogno di farla risalire, includendo un grande Paese emergente come l’India. La decisione è anche strutturalmente vantaggiosa per l’India. L’apertura dei flussi degli indicizzati verso i titoli di Stato indiani dovrebbe aiutare strutturalmente il Paese su più fronti, poiché il governo ha compiuto uno sforzo concertato per migliorare le infrastrutture. Inoltre il limitato risparmio delle famiglie incanalato verso i titoli di Stato ha rappresentato un fattore di freno per i mercati finanziari delle imprese indiane. Con l’avvento degli investitori indicizzati, si dovrebbe liberare spazio affinché i mercati creditizi locali possano crescere e non sentirsi spiazzati in misura simile dai finanziamenti pubblici», avverte Citi. 

Fa eco Lee: «Con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, l’India rappresenta la più grande democrazia al mondo, nonché la quinta economia globale e seconda se si guarda solo ai mercati emergenti, ma JPMorgan ha iniziato le operazioni perché, fino a poco tempo fa, erano in vigore delle quote massime di bond acquistabili da investitori stranieri e delle procedure molto complesse che rendevano l’accesso ai titoli di Stato molto difficile. Non è un caso, infatti, che il debito indiano in mano ad enti esteri si sia sempre attestato su percentuali molto ridotte. Tuttavia, negli ultimi anni, il mercato ha vissuto una forte fase di liberalizzazione, soprattutto grazie all’emissione dei bond  Fully Accessible Route, ovvero obbligazioni governative che non sono soggette alle restrizioni indicate sopra. Non è un caso che i bond selezionati per essere inseriti nell’indice appartengano tutti a questa categoria. Oltre alla rapida espansione di questo segmento, altri fattori che Jp Morgan ha presentato a sostegno dell’inclusione sono la forte liquidità degli stessi bond Far, il rafforzamento dei flussi per le banche depositarie e anche le tempistiche estese per gli investitori stranieri per condurre operazioni chiave».

L’interesse dell’India nell’attrarre investimenti provenienti da altre nazioni si può riscontrare nel fatto che, già nel marzo del 2020, la Reserve Bank of India ha annunciato che i titoli governativi a 5, 10 e 30 anni emessi da quel momento in poi sarebbero stati qualificati come Far. Nel 2022, questo provvedimento è stato esteso anche ai titoli a 7 e a 14 anni. «Questo ha permesso di creare numerosi bacini differenti di obbligazioni Far per le diverse esigenze degli investitori stranieri, con lo scopo di sostenerne la domanda. Tuttavia, probabilmente questa operazione non avrebbe avuto lo stesso successo se non fosse stata supportata anche da altri elementi come una robusta crescita economica, prevista per l’8,8% per il prossimo anno fiscale, una valuta locale stabile se confrontata con gli standard dei mercati emergenti e una bilancia dei pagamenti sempre in positivo. Anche la politica monetaria della banca centrale per combattere l’inflazione è stata vincente, avendo prudentemente innalzato i tassi d’interesse a breve», dice Lee. 

I benefici

Oltre all’impatto positivo sulla bilancia dei pagamenti  (con un surplus stimato attorno ai 60 miliardi di dollari nel 2025) in grado anche di assorbire gli effetti negativi di un prezzo del petrolio in uno scenario di oltre 100 dollari al barile, la rivoluzione degli indici «dovrebbe contribuire a migliorare il sentiment nei confronti dei mercati obbligazionari indiani, che di per sé si sono dimostrati molto resilienti nel contesto del sell-off osservato nei mercati globali a reddito fisso negli ultimi mesi. Continuiamo a prevedere che nei prossimi mesi i rendimenti dei titoli indiani a 10 anni scendano al 6,80% dall'attuale 7,12%. Detto questo, un impatto più visibile dall’annuncio dell’inclusione nell’indice è probabile solo circa 3-4 mesi prima dell’effettiva inclusione. Il posizionamento attivo degli investitori e il pre-posizionamento da parte delle banche potrebbero comportare ulteriori 15-16 miliardi di dollari di afflussi prima dell’effettiva inclusione. Esiste la possibilità che i rendimenti obbligazionari scendano ancora più in basso, a seconda della rapidità con cui si attenuano le preoccupazioni sull’inflazione, delle aspettative di allentamento dei tassi». 

Perché anticipare i tempi

«Noi di Lgim riteniamo che questo processo genererà un mare di liquidità, che, a sua volta, causerà una riduzione degli spread creditizi. Agire subito potrebbe aiutare coloro che cercano di tutelarsi in anticipo e attivamente da questa catena di eventi, ma anche coloro che vogliono semplicemente migliorare la loro posizione passiva. In particolare, la riduzione degli spread potrebbe essere causata dall’arrivo di ingenti capitali dall’estero e, per gli appartenenti alla prima categoria, iniziare a investire già da ora potrebbe essere un’ottima soluzione per cristallizzare i propri guadagni potenziali», dice Lee. Infine, una conseguenza più scontata ma comunque importante è «che investire con un certo grado di flessibilità sul timing permette di evitare periodi in cui il mercato è particolarmente affollato, in cui le probabilità di acquistare asset al loro picco di valore sono più elevate», aggiunge Lee.

Cosa portano i titoli di Stato indiani a un portafoglio di investimento?

Lee ricorda che «negli ultimi cinque anni, i titoli governativi indiani hanno offerto un rapporto rendimento/duration in linea con altri famosi emittenti emergenti, mantenendo però il rating medio di investment grade. Se si sposta la questione su una base aggiustata per il rischio, il quadro diventa ancora più appetibile, avendo queste emissioni mostrato livelli massimi di volatilità e contrazione più in linea con quelli di mercati meno redditizi e dal rating più alto, come la Cina e gli Stati Uniti, piuttosto che con altre economie emergenti. In conclusione, inserire gli i bond indiani potrebbe aumentare notevolmente la performance del portafoglio, senza andare ad intaccare in maniera eccessiva la volatilità». Inoltre, aggiungerli a un portafoglio di investimenti in fixed income potrebbe apportare delle migliorie anche in termini di diversificazione. «Infatti, nell’ultimo decennio questi bond hanno dimostrato di avere bassissimi livelli di correlazione con altri emittenti, sia dei mercati sviluppati, sia degli emergenti. Per di più, la correlazione con alcuni emittenti individuali e con i maggiori indici sugli emergenti è risultata addirittura negativa. Infine, i bond governativi indiani non hanno la stessa sensibilità al sentiment globale di rischio mostrato da altre controparti, il che permette di accedere a ulteriori benefit da diversificazione», dice Lee.

Come visto prima dell’inclusione dei titoli di stato cinesi nel 2021, l’India è stata nell’agenda di molti sviluppatori di indici per diversi anni. «In passato si è osservato che il sostegno dei player tende a essere inizialmente titubante per poi ad aumentare nel tempo man mano che gli investitori acquisiscono maggiore familiarità con i requisiti di accesso specifici del Paese. A dimostrazione di ciò, si consideri che l’approvazione dell’inserimento dei bond indiani nell’indice di Jp Morgan è avvenuta con il supporto del 73% degli investitori benchmark, la neutralità del 17% e la contrarietà del 10%; nel 2022, rientrava nel primo gruppo solo il 40% degli investitori e nel marzo di quest’anno il 60%», spiega Lee ricordando che Lgim ha lanciato l’Etf L&G Inr India Bond quasi due anni fa: «riteniamo che il mercato dei titoli di Stato Far sia ora sufficientemente accessibile per i capitali stranieri. Le maggiori preoccupazioni riguardano principalmente la creazione di conti correnti, la remunerazione in valuta estera, il regolamento e la tassazione applicata, ma, a nostro avviso, tali fattori non dovrebbero precludere l’accesso a questo mercato», conclude Lee. (riproduzione riservata)



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