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Jeff Bezos: ecco perché il Washington Post non sostiene né Donald Trump né Kamala Harris

29 ottobre 2024, 18:50 Ultimo aggiornamento: 05 novembre 2024, 14:19

Il patron di Amazon, che è anche l’editore del quotidiano della capitale Usa, ammette che gli americani non hanno più fiducia nei media mainstream  | Il New York Times contro Perplexity, la startup AI sostenuta da Jeff Bezos: smettete di usare i nostri articoli

Il patron di Amazon Jeff Bezos ha preso carta e penna per spiegare perché il Washington Post, il glorioso giornale americano di cui è editore, passato alla storia per avere rivelato lo scandalo Watergate che costrinse il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon a dare le dimissioni, non appoggia nessun candidato alle elezioni per la Casa Bianca che si terranno il 5 novembre. Bezos espone la situazione con una franchezza che lascia stupefatti, senza fare sconti a nessuno, in primo luogo a se stesso.

L’attacco del pezzo è disarmante: «Nei sondaggi pubblici che si fanno ogni anno sulla fiducia e sulla reputazione, i giornalisti e i media sono sempre stati in fondo alla classifica, spesso appena sopra il Congresso», osserva il patron di Amazon. «Ma nel sondaggio Gallup di quest'anno siamo riusciti a scendere sotto il Congresso. La nostra professione è ora la meno stimata di tutte. È chiaro che qualcosa non funziona».

E qui Bezos fa un paragone quanto mai di attualità: «Le macchine per il voto devono soddisfare due requisiti: devono contare i voti in modo accurato e la gente deve credere che li contino davvero in modo accurato. Il secondo requisito è distinto e altrettanto importante del primo. Lo stesso vale per i giornali. Dobbiamo essere accurati e dobbiamo essere considerati accurati. È una pillola amara da ingoiare, ma stiamo fallendo nel secondo requisito».

Una questione di credibilità

C’è un dato di fatto inequivocabile con cui bisogna confrontarsi, osserva Bezos: «La maggior parte della gente crede che i media siano di parte. Chiunque non se ne renda conto presta scarsa attenzione alla realtà e chi combatte la realtà perde. Sarebbe facile incolpare gli altri per la nostra lunga e continua caduta di credibilità, ma una mentalità vittimistica non ci aiuterà. Lamentarsi non è una strategia».

Per cercare di aumentare la credibilità del Washington Post, Bezos ha deciso di non farlo schierare né a favore di Donald Trump né a favore di Kamala Harris. Questo perché, spiega, «gli endorsement presidenziali non servono a far pendere l'ago della bilancia di un'elezione. Nessun elettore indeciso in Pennsylvania dirà: “Voto per questo candidato perché lo sostiene il giornale A”. Nessuno». Ma c’è di peggio: «Gli endorsement presidenziali creano una percezione di parzialità. Una percezione di non indipendenza. Eliminarli è una decisione di principio, ed è quella giusta».

Leggi anche: Il New York Times contro Perplexity, la startup AI sostenuta da Jeff Bezos: smettete di usare i nostri articoli

Bezos sottolinea poi che «la mancanza di credibilità non è un'esclusiva del Post. I nostri giornali fratelli hanno lo stesso problema. Ed è un problema non solo per i media, ma anche per la nazione. Molte persone si rivolgono a podcast fuori dagli schemi, a post imprecisi sui social media e ad altre fonti di notizie non verificate, che possono rapidamente diffondere disinformazione e approfondire le divisioni. Il Washington Post e il New York Times fanno incetta di premi, ma sempre più spesso parliamo solo con una certa élite. Sempre più spesso parliamo a noi stessi».

Come risalire la china

Bezos lascia poi trapelare la nostalgia del passato ricordando che «non è sempre stato così: negli anni '90 abbiamo raggiunto l'80% di penetrazione nelle famiglie dell'area metropolitana di Washington». La conclusione di Bezos è battagliera: «Non permetterò che questo giornale rimanga con il pilota automatico e svanisca nell'irrilevanza, superato da podcast fatti senza un lavoro di ricerca e da battute sui social media, non senza combattere. La posta in gioco è troppo alta. Ora più che mai il mondo ha bisogno di una voce credibile, affidabile e indipendente, e in quale posto migliore potrebbe nascere questa voce se non nella capitale del Paese più importante del mondo? Per vincere questa battaglia, dovremo esercitare nuovi muscoli. Alcuni cambiamenti saranno un ritorno al passato, altri saranno nuove invenzioni. Le critiche saranno parte integrante di ogni novità, naturalmente. Così va il mondo. Non sarà facile, ma ne varrà la pena. Sono molto grato di far parte di questa impresa. Al Washington Post lavorano molti dei migliori giornalisti che si possano trovare e ogni giorno si impegnano a fondo per arrivare alla verità. Meritano di essere creduti». (riproduzione riservata)



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