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Italia vittima del passato: dal debito alle pensioni, gli antichi mali sono rimasti. Ma il pil riparte grazie agli investimenti
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Italia vittima del passato: dal debito alle pensioni, gli antichi mali sono rimasti. Ma il pil riparte grazie agli investimenti

22 aprile 2024, 02:40 Ultimo aggiornamento: 23 aprile 2024, 14:26

Negli anni ‘90 l’Italia cercava di abbattere il debito pubblico con le privatizzazioni. A 35 anni di distanza molti problemi del passato sono ancora qui. Ma il Paese ha anche un’altra faccia: dopo la pandemia il pil ha cominciato a crescere più di Francia e Germania. E con il Pnrr può correre ancora

A un estremo gli ultimi fasti della Dc, con Francesco Cossiga al Quirinale e la staffetta tra Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti a Palazzo Chigi. All’altro un ulteriore elemento di continuità, Sergio Mattarella, e uno di novità, la prima donna premier Giorgia Meloni. Nel mezzo 20 governi, segno dell’instabilità politica che ha caratterizzato anche gli ultimi 35 anni, quelli trascorsi dalla nascita di MF nel 1989 ad oggi.

Tre decenni e mezzo che hanno cambiato il volto del Paese, senza però sfigurarlo perché l’Italia ha resistito a scandali politici come Mani Pulite, a crisi finanziarie come quelle dei mutui subprime e del debito sovrano, e anche alla pandemia. E lo ha fatto meglio di altri, visto che dal 2020 il pil cresce più di Francia e Germania. L’Italia, insomma, non è più quella di inizio anni ‘90, cioè quel Paese che ancora faticava a riprendersi dalla crisi globale degli anni ‘70.

Sull’orlo di una grande svolta

«Eravamo sull’orlo di una grande svolta. In quel periodo l’economia mostrava evidenti segni di vecchiaia e anche le microstrutture del capitalismo italiano non funzionavano più come una volta: erano diventate rigide e troppo concentrate», spiega Andrea Colli, professore di Storia Economica all’Università Bocconi di Milano. Il comparto più in difficoltà era quello delle grandi imprese. Per un terzo i giganti industriali erano pubblici e per un altro terzo dei big stranieri, soprattutto americani, arrivati dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Ma la concentrazione era ancora più evidente nella parte restante, quella nelle mani delle storiche famiglie del capitalismo italiano, che avevano fondato i propri imperi a inizio ‘900. Il club era sempre quello delle origini, composto dagli Agnelli, dai Pirelli/Tronchetti Provera o dai Pesenti. Un circolo chiuso in cui è penetrato solo un manipolo di nuovi imprenditori che ha sfruttato gli anni del miracolo economico.

Il mali dell’impresa pubblica

Se la grande impresa privata era diventata un circolo esclusivo, quella pubblica era caratterizzata da sprechi e inefficienze. Dominante in quasi tutti i settori, ogni anno costringeva lo Stato a mettere mano al portafoglio per far quadrare i bilanci. I cda, poi, si erano trasformati in delle micro coalizioni di partito sotto il controllo forte della politica. Quel modello ha retto per decenni, ma ha iniziato a scricchiolare dopo la firma del Trattato di Maastricht nel 1992.

Il diktat dell’Europa non lasciava scelta: per entrare nell’euro la presenza dello Stato nell’economia andava ridotta. Così è iniziato il decennio delle privatizzazioni, che ha fruttato ben 152 miliardi all’Italia (solo il Giappone ha incassato di più). «Lo Stato ha smantellato la sua presenza senza però cancellarla: la politica ha capito che era meglio fare selezione e restare con una quota di controllo nei settori strategici, quelli più redditizi come l’energia», ricorda Colli.

Pregi e difetti delle privatizzazioni

«L’ingresso di soci esterni, soprattutto stranieri, ha dato nuova linfa all’ex industria pubblica: gli investitori guardavano ai conti e così le imprese sono state costrette a migliorare la gestione. Da carrozzoni di partito si sono trasformate in multinazionali, con il governo sempre saldamente in posizione di controllo ma con un’influenza minore», aggiunge il professore. In molti però continuano a criticare le privatizzazioni ancora oggi. La Corte dei Conti ha rilevato «una serie di importanti criticità», come gli alti costi per i cittadini e in alcuni casi la «scarsa trasparenza».

Sono controversi i modi, quindi, non la scelta di fondo. «Il processo è stato accelerato dai governi tecnici di Dini e Ciampi, ha raggiunto il picco con il centrosinistra ed è proseguito con Berlusconi», commenta Colli. «Le privatizzazioni quindi non sono dipese dalla politica, che le ha subite come vincolo esterno imposto dall’Europa e le ha affidate ai tecnici della Direzione Generale del Tesoro».

Il boom del debito pubblico

Oltre a ridurre la presenza nell’economia, l’Europa ha chiesto all’Italia di mettere i conti in regola. Un compito non semplice perché nel 1993 il debito pubblico italiano aveva raggiunto il 120% del pil. Un livello record per quei tempi (ora è vicino al 140%), superato solo dopo la prima guerra mondiale e alla fine dell’800, quando la spesa pubblica è lievitata per dotare il giovane Stato delle infrastrutture necessarie.

Cento anni dopo il debito è esploso di nuovo per colpa delle inefficienze dell’impresa statale e di alcune voci di bilancio impazzite, come le pensioni ancora basate sul metodo retributivo. Per rimettere i conti in regola occorrevano sacrifici importanti, che i cittadini non avrebbero digerito facilmente. Sono gli anni della seconda svalutazione della lira e del prelievo forzoso sui conti correnti. Misure necessarie ma impopolari, che furono varate da governi tecnici o ricchi di tecnici perché i partiti della Prima Repubblica, già in crisi di consensi, non volevano compromettersi con gli elettori.

L’Italia non cambia

A più di trent’anni di distanza l’Italia non è ancora riuscita a rimediare a molti dei suoi antichi mali. Il debito è ancora tra i più alti al mondo e per abbatterlo il governo è tornato a giocarsi la carta delle privatizzazioni. Certo, dopo la parentesi della pandemia dovrebbe riapparire l’avanzo primario, ma la spesa per interessi resta un macigno. Come quella per le pensioni, spinta dal meccanismo delle quote. Un vicolo cieco, reso più complicato dall’assenza cronica di grandi imprese che il tessuto di pmi d’eccellenza da solo non riesce a compensare.

Ma c’è anche un rovescio della medaglia: dopo la pandemia l’Italia ha ingranato la marcia e ha archiviato un decennio di bassa crescita. Il pil dovrebbe aumentare anche nei prossimi anni, almeno come quello di Francia e Germania. E un altro fattore d’allarme, quello spread che dodici anni fa ha fatto tremare le fondamenta dello Stato, a marzo si è ridotto a livelli che non si vedevano da anni. Mentre l’inflazione, tornata a mordere dopo le folate degli anni ‘70-80, rimane tra le più basse d’Europa.

La spinta degli investimenti

Ma com’è possibile? Il merito è della crescita degli investimenti, che dal 2016 al 2023 sono aumentati del 35,7% rispetto al 4,5% della Germania. Il denaro destinato alle riforme ha cambiato il volto del Paese. Industria 4.0 ha migliorato la produttività del sistema manifatturiero, ora più alta di quella tedesca, e le aziende che ne hanno usufruito hanno visto i ricavi crescere il doppio di chi non ha fatto la stessa scelta. Grazie ai moderni macchinari le pmi italiane sono diventate campioni di export e hanno permesso all’Italia di diventare il quinto esportatore al mondo, a un passo dal Giappone. Il resto lo ha fatto il Superbonus.

«Gli incentivi all’edilizia potevano essere concepiti meglio (ndr. sono costati 200 miliardi) e hanno costretto il governo a intervenire più volte per arginare la mole di crediti d’imposta che potrebbe appesantire i conti pubblici degli anni a venire. Ma hanno fatto crescere l’Italia più degli altri Paesi europei in un momento in cui tutti hanno sforato i bilanci», spiega Marco Fortis, direttore e vicepresidente della Fondazione Edison. Nel 2023 però il meccanismo si è inceppato e il pil è tornato ad aumentare dello zero virgola.

La staffetta Superbonus-Pnrr

La ripresa dei consumi arriverà in soccorso: nasce da una serie di misure ben precedenti all’assegno unico che hanno aumentato il reddito disponibile e quindi la capacità di spesa delle famiglie. Per consolidare la crescita, tuttavia, servirà un ultimo ingrediente, quello principale. «La staffetta tra Superbonus e Pnrr dovrà avvenire con successo», dichiara Fortis.

Finora la messa a terra del Piano va a rilento e la spesa effettiva è ferma a 21,1 miliardi dai 41,1 attesi dal governo. Serve una scossa, anche perché non sarà semplice usare quasi 150 miliardi entro il 2026. Le semplificazioni burocratiche approvate possono fare la differenza, ma non è detto che bastino. «Un treno come quello del Pnrr non tornerà presto», commenta Fortis. «Il vero compito di questo governo è sfruttare un’occasione che passa una volta ogni cinquant’anni, se non addirittura cento». (riproduzione riservata)



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