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Maria Luís Albuquerque, Commissione Ue
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Italia verso l’uscita dalla procedura per deficit, ma Bruxelles apre un nuovo fronte sul golden power

23 ottobre 2025, 21:00 Ultimo aggiornamento: 24 ottobre 2025, 07:05

Il disavanzo potrebbe rientrare nei parametri Ue, ma l’Italia rischia una procedura d’infrazione sui poteri speciali esercitati per l’opas Unicredit-Bpm. Venerdì 23 Giorgetti e Tajani incontrano la commissaria Albuquerque 

Un fronte con l’Ue pronto a chiudersi e un altro destinato invece ad aprirsi. Ad aprile l’Italia potrebbe uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo visto che nel 2025, secondo il Tesoro, il disavanzo tornerà sotto il 3% previsto dal Trattato di Maastricht. Per il governo sarebbe l’ennesimo riconoscimento - dopo la discesa dello spread e le promozioni delle agenzie di rating - del lavoro svolto per rimettere i conti pubblici su un percorso sostenibile.

Ma prima di chiudere la procedura per deficit eccessivo, l’Italia rischia di subirne un’altra sul golden power, i poteri speciali dell’esecutivo per tutelare l’interesse nazionale nei settori strategici. Un tema che proprio questa mattina sarà affrontato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dal vicepremier Antonio Tajani, che incontreranno a Roma la commissaria ai Servizi Finanziari, Maria Luís Albuquerque.

Il caso Unicredit-Bpm 

Ad aprile Palazzo Chigi ha utilizzato il golden power per imporre delle prescrizioni all’ops lanciata da Unicredit su Bpm, poi ritirata a luglio perché troppo onerosa per la banca guidata da Andrea Orcel. L’intervento non ha convinto Bruxelles che il 13 novembre dovrebbe inviare all’Italia una lettera per metterla in mora - primo passo della procedura di infrazione - per poi aprire una trattativa.

La tesi dell’Ue è che i poteri speciali si sovrappongano a quelli della Commissione e della Bce, ostacolando così la libera circolazione dei capitali. Nel caso di Unicredit, sostiene sempre l’Europa, il governo avrebbe frenato il consolidamento bancario, necessario per fronteggiare lo strapotere di Usa e Cina nel settore.

Le opzioni sul tavolo del governo

L’obiettivo degli incontri di oggi è proprio evitare la procedura d’infrazione, ma non è detto che si riesca a trovare subito una quadra. Anzi, secondo una fonte vicina all’esecutivo, potrebbe prevalere un atteggiamento attendista: il governo vorrebbe aspettare la messa in mora e solo dopo valutare il da farsi. Le opzioni sul tavolo sono diverse e vanno dalla modifica della legge sul golden power (spetterebbe al Parlamento farlo) a una sua applicazione più morbida.

Il rischio di uno scontro aperto con l’Europa

Non è nemmeno escluso che Palazzo Chigi mantenga la normativa attuale, andando allo scontro, per riaffermare il principio alla base dell’intervento su Unicredit, cioè che il risparmio è un tema di sicurezza nazionale. Una visione che sarebbe stata riconosciuta dal Tar nella sentenza sul ricorso di Piazza Gae Aulenti, in cui viene confermata «in larga parte la legittimità e dunque l’impianto del golden power», spiega una fonte vicina la Mef.

La diatriba finirebbe a quel punto in Corte di Giustizia, dove una pronuncia a favore dell’Italia non è scontata. La conseguenza di una bocciatura sarebbe il depotenziamento dell’intera normativa, non solo in ambito bancario.

L’ultimatum del 13 novembre 

Oltre alla messa in mora, il 13 novembre la Commissione dovrebbe chiedere all’Italia di annullare il decreto sui poteri speciali (quattro le prescrizioni, tra cui l’obbligo di uscire dalla Russia entro nove mesi e di non ridurre gli investimenti in titoli italiani di Anima, la sgr di Bpm). Una mossa che potrebbe riaprire a Unicredit le porte del risiko in Italia. Con questa procedura la Ue contesta la violazione del regolamento sulle concentrazioni, su cui vigila la Dg Comp della vicepresidente Teresa Ribera.

Il tema quindi non rientra nella competenza di Albuquerque, che vedrà - tra gli altri - i vertici di Bankitalia, Abi, Consob e Confindustria. Si parlerà di Unione dei Risparmi e degli Investimenti, progetto pensato per eliminare le barriere tra Stati, rendere più produttivi i risparmi europei e facilitare l’accesso delle imprese ai capitali.

Il dialogo su deficit e spese militari

Albuquerque ne discuterà anche con il governo, che dovrà confrontarsi invece con il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, per sciogliere la matassa del deficit eccessivo. In caso di chiusura della procedura d’infrazione, l’esecutivo potrebbe servirsi già nel 2026 della deroga concessa dalla Commissione, che permetterà di aumentare le spese militari dell’1,5% del pil ogni anno, per quattro anni, senza incorrere in conseguenze negative.

Non si dovrà attendere il 2027, insomma, per reperire le risorse necessarie a rispettare i nuovi target della Nato, che impongono ai Paesi dell’alleanza di alzare la spesa militare dal 2% al 3,5% del pil (più un 1,5% per la sicurezza) entro il 2035. (riproduzione riservata)



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