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Giorgia Meloni
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Italia a mani vuote nelle nomine europee anche se cresce più di Francia e Germania

28 giugno 2024, 19:41 Ultimo aggiornamento: 23:45

Parigi balla sull’orlo del baratro del debito pubblico ma disfa a suo piacimento nomine, politiche e rapporti nell’Unione. Berlino, che ha imposto il ritorno del rigore, ha i suoi problemi di bilancio, con il debito che cresce più che in Italia. Anche nella crescita 2023 Roma (+0,9%) tiene il passo della Francia (+0,9%) e ha batte la Germania, in recessione. Ma tutto ciò sembra non contare quando si prendono le decisioni su chi debba guidare la Ue | La Germania dice no allo scudo Bce per la Francia in caso di crisi post elezioni. E minaccia lo scontro legale sul Tpi

L’Italia ha avuto tre occasioni per imporre il suo punto di vista sovranista in Europa, dove sovranista sta per l’intenzione del governo di Giorgia Meloni di far cambiare verso all’Unione agendo fuori dai confini nazionali.

La prima volta, in occasione del voto sul nuovo Patto di Stabilità. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, disse ad Atreju che non lo avrebbe firmato in teleconferenza. Lo fecero Francia e Germania e il nostro paese si è dovuto adeguare.

La seconda volta quando si è discusso, in virtù del Patto, delle procedure di infrazione dove Roma avrebbe potuto imporre un punto di vista diverso rispetto alla scelta (sbagliata) di non scomputare dal deficit le spese per gli armamenti e il rinnovamento green delle abitazioni. Anche qui tutto è andato in modo ortodosso e ci ritroveremo come dei bravi scolaretti a dover fare delle manovre di rientro dal deficit di dieci miliardi annui. Dicono che così è meglio, così si taglia la spesa. Ma la realtà è che gli sprechi e il debito pubblico li dobbiamo tagliare perché ce lo chiedono gli italiani e non Bruxelles.

Infine, la terza occasione persa è stata il rinnovo delle cariche dei vertici comunitari, le quali, a dispetto del risultato dei partiti di destra in Francia, Germania e Italia, sono state decise dagli schieramenti che hanno fondato il mercato unico e poi l’Unione Europea: i popolari e i socialdemocratici e il più sconfitto di tutti alle urne europee, il presidente francese Emmanuel Macron.

Il nuovo assetto europeo deciso senza l’Italia

Così Ursula von der Leyen si avvia ad un bis alla presidenza della Commissione europea, mentre il portoghese Antonio Costa guiderà il Consiglio Europeo (e non Enrico Letta né Mario Draghi, che pur avevano i numeri per farlo) mentre la pletorica carica di Alto rappresentante andrà alla estone Kaja Kallas.

A dispetto delle dichiarazioni dopo il summit della premier Meloni, l’Italia sembra per ora non aver toccato palla come la Nazionale con la Spagna agli Europei di calcio. Poi però siamo passati e dunque si spera che ci sia una strategia diversa in futuro per ottenere il posto che ci spetta in Commissione, probabilmente col capace ministro degli Affari Europei Raffaele Fitto, la cui vicepresidenza esecutiva ha già un nemico noto: la Francia.

I conti dell’Italia a confronto con i partner europei

Ma il governo potrebbe anche fare un gesto importante, portare al prossimo vertice europeo la tabella elaborata da Milano Finanza, riportata in pagina, che mostra un altro tipo di realtà rispetto a quanto ci si racconta durante i vertici comunitari.

I primi tre paesi per aumento del debito sono, nell’ordine, la Francia (che ha fatto registrare un aumento dell’indebitamento pari a 715 miliardi, per un rialzo del 29%), seguita dalla Germania (aumento del debito di 553 miliardi, +26%) e dall’Italia in terza posizione (più 496 miliardi, +20%). Sono andati ancora meglio i tre paesi che un tempo con l’Italia formavano i Pigs, ovvero Grecia, Irlanda e Portogallo, rispettivamente con aumenti del debito pubblico del 14%, 8% e 5%.

In tutto, il debito dell’eurozona dal 2019 ad oggi è aumentato di quasi 2.598 miliardi di euro, mentre quello dell’Ue rasenta i 3.000 miliardi in più (2.954): hanno pesato il Covid, le politiche di sostegno all’economia e quelle per attutire il costo della bolletta energetica a causa della guerra un Ucraina.

Il peso del debito pubblico 

Che l’Italia sia dietro la Germania e la Francia risulta a questo punto un dato rimarchevole, visto che non si tratta di un merito stare sul podio. Ma la cosa deve far riflettere: Parigi balla sull’orlo del baratro del debito pubblico ma mantiene sempre un rating ben superiore all’Italia e fa e disfa a suo piacimento nomine, politiche e rapporti comunitari, mentre la Germania, che ha imposto il ritorno del rigore in tutta l’Unione, ha i suoi problemi di bilancio, rimarcati anche dalla Corte Costituzionale tedesca e un’economia che da tempo batte in testa. Eppure la pecora nera siamo sempre noi italiani, a dispetto dei numeri appena ricordati. Anche nei vertici europei.

L’orgoglio nazionale necessario per chi si definisce sovranista

Un po’ di orgoglio in più e di gioco di squadra (non solo a parole) non guasterebbe, anzi sarebbe fondamentale. Perché i numeri sono dalla nostra parte. Non solo sul debito siamo considerati peggio degli altri ma non lo siamo, anche sulla crescita ci sarebbe da dire. Un’analisi della fondazione Edison ha messo in evidenza come dagli anni sessanta ad oggi la crescita del pil pro capite italiano non ha avuto nulla da invidiare a quella degli altri Paesi del G7. Anzi, nell’ultimo decennio l’Italia (+1,1% in media) ha corso più degli alleati, restando dietro solo agli Usa (+1,6%).

Il dato conferma quindi che i record post pandemia non sono un’eccezione e infatti anche nel 2023 Roma (+0,9%) ha tenuto il passo di Parigi (+0,9%) e ha battuto Berlino, finita addirittura in recessione (-0,3%), mentre per il 2024 la Commissione europea prevede per l’Italia una crescita analoga a quella di Francia e Germania. Ma tutto questo sembra non contare quando si prendono le decisioni su chi debba guidare l’Unione Europea.

Quindi siamo al paradosso: andare meglio degli altri paesi dal punto di vista economico non è un merito ma diventa un demerito quando si tratta di avviare le procedure d’infrazione che non tengono mai in considerazione l’ottima tenuta, anche debitoria, del settore privato, la forza del settore bancario (cosa che non si può dire della Germania, alle prese con la crisi immobiliare che contagia il settore del credito) e il buono stato di salute delle aziende italiane. Si legge solo il debito pubblico, ma si è appena spiegato che anche lì c’è un altro racconto da narrare.

Il futuro italiano è quindi così roseo? No, ma occorre che chi governa abbia una visione di insieme e che sia capace di spiegarlo all’estero e a Bruxelles fuori dagli stereotipi, perché ormai la competizione globale e le differenti regolazioni mettono in difficoltà tutti i paesi europei, sovranisti o meno che siano. Non siamo l’ultima ruota del carro ma tendono a dipingerci così e facciamo poco per far cambiare questa idea del tutto sbagliata. (riproduzione riservata)



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