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Istat: le imprese recuperano solidità dopo la pandemia
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Istat: le imprese recuperano solidità dopo la pandemia

04 febbraio 2022, 15:05

Restano profonde differenze tra settori e classi dimensionali. E continuano a preoccupare soprattutto le criticità legate all'approvvigionamento degli input produttivi, alla debolezza della domanda e ai problemi di reperimento e formazione del personale

Più di otto imprese italiane su dieci, rappresentative di quasi il 90% dell'occupazione e di una quota ancora superiore del valore aggiunto, prevedono di trovarsi in una situazione di completa (41,3%) o parziale (39,5%) solidità entro la prima metà del 2022. Un risultato in notevole miglioramento rispetto alla fine del 2020, quando un'azienda su tre manifestava criticità tali da comprometterne la propria attività. Questa la fotografia scattata dall'Istat nel report "Situazione e prospettive delle imprese dopo l'emergenza sanitaria da Covid-19".

La quota di imprese solide è di poco inferiore all’85% in tutti i settori e supera il 90% per le aziende medie e grandi, come l'80% per le micro realtà. Lo scenario resta però chiaroscuro. Nello specifico, il 9,4% delle imprese ha aumentato il personale nella seconda metà del 2021 e un altro 12,1% sta assumendo, mentre addirittura il 60,6% ha dichiarato di voler privilegiare gli investimenti in capitale umano. Ad assumere maggiormente sono state l'industria, le costruzioni, la chimica e la farmaceutica, la meccanica, la produzione di software e la consulenza informatica.

Eppure, le imprese stanno riscontrando difficoltà significative nel trovare le competenze necessarie, con il picco del 76% delle attività in difficoltà nel settore delle costruzioni e del 66,7% delle piccole imprese. I profili mancanti indicati con maggior frequenza sono quelli relativi alla logistica e alla produzione. Per di più, quasi il 10% delle imprese ha registrato una quota di dimissioni maggiore a quella osservata nel periodo pre-pandemico, soprattutto tra le grandi imprese e, a livello settoriale, nel trasporto aereo, nei servizi di agenzie di viaggio e tour operator e nei servizi dell'assistenza sociale.

L'andamento del fatturato tra giugno e ottobre 2021, rispetto allo stesso periodo del 2020, è stato negativo per il 34,2% delle imprese, stabile per il 33,7% e in aumento per il 32,1%, gruppo che rappresenta il segmento più ampio dal punto di vista occupazione e rappresenta quasi la metà del valore aggiunto nazionale. I divari non si fermano qui. L'industria in senso stretto, ad eccezione del tessile e l'alimentare, e le costruzioni presentano una ripresa più diffusa mentre sono più frequenti i casi di riduzione del fatturato nel commercio e nei servizi, dove la performance peggiore è delle trasmissioni radiofoniche e televisive (60,8%). Anche a livello territoriale sussistono delle differenze: il Nord-est e il Nord-Ovest hanno dimostrato una maggiore capacità di recupero rispetto al Mezzogiorno e al Centro, dove c’è maggior incidenza del settore del commercio e dei servizi.

Positiva, continua l'Istat, anche la diminuzione del ricorso alla cassa integrazione, per cui soltanto il 16% delle imprese con più di tre addetti ha utilizzato, nella seconda metà del 2021, la cig o il fondo di integrazione salariale. Neanche in questo caso mancano differenze significative, tra le classi dimensionali, con le imprese grandi che hanno fatto un uso più frequente delle suddette tipologie di strumenti (21%), e tra i settori, con la maggior diffusione tra le attività maggiormente penalizzate dalla crisi, dagli operatori di viaggio e i servizi di prenotazione (74,6%) al comparto artistico, sportivo e di intrattenimento (33,9%), passando per l'abbigliamento (42,9%) e le calzature (44,2%).

Nel periodo autunnale del 2021, più di terzo delle imprese, soprattutto le grandi e le micro, non ha segnalato particolari ostacoli ai propri piani di sviluppo nel primo semestre del 2022. Ma le attività produttive sottolineano le criticità legate all'approvvigionamento degli input produttivi (24,3%), alla debolezza della domanda (23,8%) e ai problemi di reperimento e formazione del personale (23,6%). La riduzione della capacità produttiva è prevista, in primis, dal 32,3% delle micro-imprese e dal 50,1% dell'intrattenimento e della cultura. I colli di bottiglia nell'approvvigionamento degli input produttivi e l'interruzione delle filiere di produzione preoccupano maggiormente le piccole (32,8%) e medie (37,7%) imprese, come l'industria in senso stretto (41,6%) e le costruzioni (34,0%).

Quanto alla liquidità, le difficoltà connesse alle fonti di finanziamento sono considerate rilevanti dal 15,7%, a conferma di una tendenza alla riduzione del loro impatto. Comunque, l'87% delle imprese considera "molto importante" la possibilità di chiedere prestiti per finanziare l'attività corrente, difatti, il 62,2% delle imprese ha chiesto capitale proprio per coprire costi fissi non comprimibili come i canoni di locazione, il 58,2% per ripagare i debiti, il 54,6% per costituire scorte di liquidità e un terzo per finanziare la riconversione dell'attività. Nondimeno il 3,5% delle imprese che si ritengono solide ha intenzione di ricapitalizzare, senza differenze dimensionali significative, utilizzando nella maggior parte dei casi risorse provenienti dai soci attuali o da nuovi mentre si riduce il numero di quelli che prevedono di ricorrere alle risorse pubbliche.

I problemi di recepimento e formazione del personale vanno ad impattare in misura più ampia sulle piccole (33%) e le medie (32,4%) delle medie imprese, e sull'industria (24,2%) e sulle costruzioni (34,1%). La debolezza della domanda, interna ed estera, è un problema, invece, percepito in modo omogeneo dalle imprese di diverse dimensioni e spaventa maggiormente l'industria e il commercio (32,2% e 32,4%). Mentre le imprese non hanno dubbi sulla centralità della ripresa della domanda nazionale come fattore di sostegno alla ripresa, la rilevanza della domanda estera ha una connotazione dimensionale e settoriale, ma in media importante per il 15% del tessuto produttivo.

Le misure del Pnrr sono considerate un "ponte tra presente e futuro", quindi non cruciali almeno nell'orizzonte temporale del primo semestre del 2022. Si va dal 47,7% delle imprese che considera di elevata importanza le misure legate alla transizione ecologica, al 47% che dà rilevanza alle infrastrutture e alla mobilità sostenibili, passando per il 36% che assegna modesto rilievo alla digitalizzazione, all'innovazione, alla competitività e alla cultura.

Allo stesso tempo però un'impresa su due ha dichiarato di avere in programma degli investimenti in sostenibilità ambientale, il 41% con modesta intensità e l'8,4% con alta intensità. Anche per la tecnologia e la digitalizzazione sono previsti flussi di capitali significativi dal 42,3% delle aziende, dato soprattutto le diverse evidenze raccolte sui benefici della tecnologia. Da un lato, le vendite via web sono aumentate oltre le previsioni, arrivando a rappresentare il 17,5% contro il 15,2% atteso e il 14,7% del 2020. Dall'altro lato, nonostante il meno frequente utilizzo dello smartworking nella seconda parte del 2021, è migliorata la percezione degli effetti dell'utilizzo del lavoro flessibile sia sulla produttività sia sul bilanciamento tra vita privata e lavorativa. (riproduzione riservata)



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