Vi è un tempo per manifestare e uno per commemorare. E il 7 ottobre 2024 è il tempo di commemorare, senza polemiche, e con un’accorata preghiera, tutti coloro che sono stati trucidati un anno fa, in un massacro che ha ecceduto di gran lunga per bestialità i peggiori pogrom della storia. Un sangue che, come era prevedibile e anzi voluto dai perpetratori di Hamas, ha portato altro sangue, a fiumi, con i 40mila morti a Gaza e gli innumerevoli in Cisgiordania e Libano.
Se però sarebbe sacrilego approfittare di questo giorno per inscenare dimostrazioni, è pure ingiusto provare a spiegare quello che è accaduto un anno fa con categorie sbagliate o ipocrite. No, non è stato un attacco all’Occidente, nel segno dello scontro di civiltà che ci perseguita da decenni. Si è trattato certamente di terrorismo della natura più efferata ma che, purtroppo, si iscrive in più di cento anni di storia della Palestina che di violenza ne ha conosciuta moltissima.
Ce lo spiega bene uno storico israeliano autorevole, Ilan Pappé, decisamente fuori dal coro, nella misura in cui non scrive affatto su impulso dell’appartenenza etnica. Il suo libro? «Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina, dal 1882 a oggi» ( Fazi). Per il lettore l’effetto di queste cento pagine è quello di un pugno sullo stomaco. Perché Pappé va dritto al centro del problema: «Il movimento sionista è un progetto coloniale insediativo in fieri, sempre alla ricerca di quanta più terra possibile e con il minor numero di abitanti nativi». Questo vizio genetico si ritrova, secondo l’autore, sin dall’inizio della colonizzazione ebraica in Palestina, attraversa gli anni terribili del Mandato britannico, con una Gran Bretagna che ne è in buona misura complice, e si manifesta alla luce del sole nel 1948 e 1967 quando con la forza delle armi il progetto sionista si è fatto Stato.
Ma allora c’è spazio per due Stati, di cui uno palestinese? Pappé mostra di non crederci, poiché la sua narrazione vede succedersi ministri laburisti e conservatori, tutti tacitamente convinti della massima: «una terra senza popolo, per un popolo senza terra». Ma vi è in fondo un’identità palestinese su cui innalzare la bandiera dell’autodeterminazione? Sembra proprio di sì, stando alla serrata ricostruzione, nonostante i pervicaci tentativi di soffocarla. E allora? Se una critica si può muovere a Pappé è che la sua storia è disperante, atroce nella sua inesorabile logica di sopraffazione e oppressione del forte sul debole. Eppure un filo di speranza deve pure sussistere. È lecito secondo noi provare a immaginare una forma di convivenza costituzionale dove la Palestina non assurga a Stato, ma dove i palestinesi godano di quei pieni diritti di cittadinanza nonché delle libertà e della prosperità che sono state loro fino ad oggi negate. Una speranza, solo questo, appunto. (riproduzione riservata)
(*) Professore alla facoltà di giurisprudenza di Firenze