Sui mercati, sia europei che americani, è in atto da qualche giorno a questa parte un curioso (per quanto apparente) paradosso: mentre le borse, a partire da Wall Street, aggiornano di continuo i massimi storici, i bond sono al palo, con le curve dei rendimenti sempre più ripide e quella relativa al Treasury ancora invertita, tipico segnale di burrasca che prelude all’arrivo di una recessione. Due traiettorie divergenti che hanno preso avvio dopo il maxi-taglio ai tassi da 50 punti base della Federal Reserve, una volta smaltita la sbornia delle primissime ore, quando la luna di miele con gli investitori sembrava coinvolgere l’intero mercato.
«Attualmente il mercato obbligazionario prezza un forte rallentamento dell’economia, se non una recessione, con un taglio dei tassi da parte della Fed scontato dalla curva di circa 200 punti base entro la fine del 2025, mentre il mercato azionario prevede un atterraggio morbido, con una crescita a doppia cifra degli utili sull’S&P 500 nel 2025». Così Luigi De Bellis, co-head Ufficio Studi di Equita, prova a fornire la sua spiegazione del fenomeno in atto. Gli fa eco Daniele Bivona, portfolio manager dei fondi Performance e Breve Termine di AcomeA sgr: «Il mercato azionario sembrerebbe prezzare prospettive macro e di business molto positive», evidenzia «mentre le obbligazioni governative sembrano prezzare un maggiore rischio di recessione, con particolare riferimento ai recenti movimenti della duration core e della parte a breve della curva che favoriscono un movimento di steepening (irripidimento, ndr)». Questo perché, aggiunge, «la buona performance del mercato azionario è guidata e favorita da una politica monetaria accomodante», oltre al fatto che «la corsa degli indici azionari in entrambi i continenti è trainata da pochi titoli legati principalmente al settore tecnologico».
Considerate queste premesse, come è opportuno muoversi oggi in un portafoglio multi-asset? Posto che, secondo De Bellis, l’esito effettivo sarà un punto intermedio tra l’enorme ottimismo delle borse e il grande pessimismo del reddito fisso, allo stato attuale «l’azionario offre una migliore protezione rispetto all’obbligazionario, sebbene sia necessaria selettività», commenta. E proprio all’interno dell’asset class azionaria Gianmarco Rania, portfolio manager di Banor, suggerisce di guardare all’Europa. «Molte delle principali aziende europee generano oltre il 50% dei loro ricavi al di fuori del continente, sfruttando la crescita economica globale», osserva. «Inoltre, da un punto di vista valutativo, l’azionario europeo offre rendimenti da dividendo elevati, con alcuni settori che addirittura rendono fino al 8-9%». Negli Usa, invece, pur considerando sempre un’esposizione sui colossi tech, Rania ritiene «che in questo contesto macro caratterizzato dall’inizio del processo di taglio dei tassi di interesse, sia opportuno favorire titoli e settori ciclici più esposti ad un recupero dell’economia americana». Senza dimenticare però che «le elezioni statunitensi possono rappresentare un fattore di rischio nel breve, per questo può essere saggio sottopesare l’esposizione alla parte growth a stelle e strisce».
Altro tema centrale nella costruzione del portafoglio azionario è la ripartenza della Cina. Questo rimbalzo, aggiunge Rania, «avrà ricadute positive anche su settori connessi come il lusso, le materie prime e i beni di consumo di prima necessità». Settori che potrebbero a loro volta essere favoriti anche da quello che, per Bivona, è «il tema macro più interessante oggi: la ripresa dei consumi europei». Sui fondi obbligazionari, non a caso, il money manager ha iniziato «un’esposizione graduale a questo tema tramite obbligazioni convertibili che presentano un profilo di rischio-rendimento fortemente asimmetrico a questi livelli, soprattutto nei settori dei consumi, spirits, del lusso e le aereolinee». Scelte analoghe vengono fatte per i comparti azionari, cui si aggiunge anche il tema dei «titoli legati alle materie prime per beneficiare dalla potenziale rotazione settoriale». Sempre ricordando che, anche per il gestore di AcomeA, «una spinta ai consumi potrebbe arrivare anche dagli importanti stimoli fiscali che sta implementando la Cina, in termini di supporto diretto ai consumatori, di supporto al capitale delle banche e in termini di liquidità fornita al mercato e agli investitori».
E il reddito fisso? De Bellis di Equita, dal canto suo, privilegia allo stato attuale «gli emittenti investment grade e finanziari italiani, con una preferenza per gli AT1 rispetto ai Tier2, con duration tra i 3 e i 5 anni, in quanto riteniamo che le banche italiane continuano a dimostrare solidi fondamentali finanziari, una posizione patrimoniale solida e prospettive di redditività robuste, con rischi al ribasso gestibili qualora l’attività economica si rivelasse meno favorevole del previsto». Rania di Banor è più orientato invece al mondo dei governativi comparto dei governativi «rispetto ai corporate, soprattutto gli high yield. Per quest’ultimi poi, riteniamo che spread compressi non compensino per i rischi associati alla bassa qualità degli emittenti».
Infine, i money manager si stanno orientando sempre più verso l’universo emergente, che potrebbe costituire un’interessante terza via per sfuggire alla divergenza fin qui descritta. Bivona, per esempio, privilegia oggi «un’esposizione alla duration tramite Paesi emergenti in valuta locale, soprattutto in America Latina», mentre rimane «tatticamente negativo sulla duration core. Sul fronte spread vediamo valore in selezionate storie indiosincratiche su Paesi emergenti in valuta forte». Anche Rania sull’obbligazionario emergente apre un capitolo a parte: «Crediamo possa ancora essere interessante a livelli attuali. In termini di duration preferiamo puntare su titoli a 3-5 anni». (riproduzione riservata)