L’attesa è finita. Dopo quasi due anni dal primo rialzo del costo del denaro la Bce è finalmente sul punto di allargare le maglie della sua politica monetaria. Salvo ripensamenti dell’ultima ora che avrebbero del clamoroso, giovedì 6 giugno Francoforte abbasserà il tasso di riferimento di 25 punti base, dal 4,5% al 4,25%. Un taglio già ampiamente scontato dal mercato, che da mesi sta crescendo proprio in attesa di questa mossa della Bce. Certo, alla porta restano molte incognite: cosa decideranno Christine Lagarde e i suoi colleghi nella successiva riunione di luglio? È possibile che un ritorno dell’inflazione rovini i piani di Francoforte? E ancora: cosa farà la Fed?
A molti quesiti potranno rispondere solo il tempo e il treno di dati (inflazione, crescita, occupazione) attesi nelle prossime settimane. Quello che si può già fare però è capire come riposizionare i propri portafogli alla luce del primo taglio. MF-Milano Finanza ha riunito quattro strategist: Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte; Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners sgr; Giuseppe Patara, head of portfolio management Italia di Pictet Walth Management; e Ilaria Romagnoli, ceo di Symphonia sgr e head of asset management di Banca Investis.
Tutti concordi su un punto: giovedì 6 giugno non arriveranno cattive sorprese. Ma c’è un incognita: capire se le mosse di Francoforte rappresenteranno un caso isolato o daranno il via a un ciclo diffuso di tagli.
Cesarano. Una partenza più repentina della Bce rispetto alla Fed porterebbe a un deprezzamento dell’euro sul dollaro, anche perché l’Europa dovrà pagare il gas per fare le scorte in estate e lo dovrà fare in valuta americana. Questo implica un rischio in aumento di inflazione importata. Forse la Bce può fermarsi a luglio, e poi casomai ripartire a settembre, per non penalizzare troppo il cambio. Ci sono poi altri fattori a cui guardare: se verrà confermato che l’inflazione non è in rialzo, o se l’economia Usa rallenterà nella seconda metà dell’anno.
Fugnoli. Il taglio della Bce ha un valore simbolico perché è il primo di una delle tre banche centrali principali d’Occidente. Ma non è scontato che a questo taglio ne seguano altri a ritmo costante come ci si aspettava fino a pochi mesi fa. I mercati festeggiano da un anno per questo taglio di giugno, d’ora in poi è facile ipotizzare che la reazione sarà più sobria.
Patara. Arriviamo al primo taglio in un momento complicato. In particolare, vediamo che l’ultimo miglio di riduzione dell’inflazione è decisamente più lento delle attese iniziali. L’economia americana e quella europea in questa fase sono diverse: è giusto che con la piena occupazione la Fed abbia posticipato il taglio. In Europa invece ci sono Paesi, come la Germania, che sono un po’ indietro a livello di crescita: la Bce ha indicato chiaramente che vuole uscire dall’estrema restrizione monetaria, ma la banca centrale manterrà comunque per un certo tempo i tassi a livello restrittivo.
Romagnoli. Ci aspettiamo un piccolo taglio che non cambierà troppo la situazione di mercato attuale. Le economie vanno bene. Ci sono due guerre, il nodo elettorale negli Usa, ma i fondamentali sia negli Stati Uniti sia in Europa sono tutt’altro che drammatici. Salvo shock geopolitici estremi è opportuno continuare a investire.
Dopo che il rally delle borse degli ultimi mesi è stato iper-concentrato nei titoli tech e dell’intelligenza artificiale, ora il taglio dei tassi potrebbe liberare il potenziale delle società più penalizzate finora dall’elevato carico di debito. Gli osservati speciali: utility e mid-small cap.
Cesarano. Con i tassi ancora alti vedo ancora con interesse le banche, su cui si è riacceso anche l’appeal speculativo in ottica m&a. Al contempo, è possibile adottare un approccio burbell: comprare sia chi fa molto bene con i tassi alti, sia i possibili vincitori se i tassi si abbassano, cioè le utility.
Fugnoli. C’è un clima di attenzione crescente alla sicurezza: una serie di comparti interessanti sono difesa, cybersicurezza, AI applicata al settore militare. Più in generale, per ora il grande rialzo era concentrato in pochissimi titoli: adesso è arrivato il momento in cui il movimento può espandersi. Bene tenere i grandi nomi AI e tech, ma in posizione di equilibrio, mentre è interessante sovrappesare i titoli difensivi, tra cui le utility elettriche, che hanno valutazioni basse. È inoltre in atto una diversificazione geografica in cui contesto in cui ci sono valutazioni alte negli Usa, equilibrate in Europa e basse in Asia tranne in India. Anche senza voler includere il rischio geopolitico cinese, sono interessanti Giappone e Corea del Sud.
Patara. Non possiamo aspettarci che tutto l’anno prosegua al ritmo dei primi mesi, anche perché in alcuni settori le valutazioni iniziano a essere storicamente alte. Noi siamo pienamente investiti sui trend di tecnologia e consumi discrezionali, ma iniziamo anche a guardare chi è rimasto indietro a livello di valutazioni e può beneficiare dei tagli, ad esempio small e mid cap. Si tratta di aziende che sono state costrette a sopravvivere con difficoltà in un contesto di tassi alti, perché hanno più debito, ma hanno multipli bassi e scontano quasi uno scenario da recessione. Se la recessione non arriva, queste aree possono effettivamente andare bene.
Romagnoli. I conti economici delle società non finanziarie si alleggeriscono. Sicuramente il tech resta un settore importante, ma più in ottica di megatrend di lungo periodo. Tuttavia vediamo chance anche in settori ciclici e nei difensivi come l’healthcare, ma anche sui portafogli azionari dividend driven, da cui si possono staccare ricche cedole. Questi portafogli andavano bene fino a che i costi del debito erano sostenibili, ma negli ultimi anni molte società hanno smesso di distribuire proprio a causa del peso del debito. A noi piacciono molto anche le small-mid cap, dove abbiamo un fondo dedicato, un settore che ha sofferto ma siamo certi che darà grande soddisfazione anche motivata dell’attenzione istituzionale sul tema. In considerazione della possibile volatilità dei mercati, riteniamo che siano molto valide infine le strategie equity alternative del tipo long-short.
C’è aria di cambiamento nell’obbligazionario: l’avvio dei tagli può abbassare la pressione sui bond e far scendere i rendimenti. Per non perdere le occasioni, il momento attuale può essere buono per posizionarsi sulla parte medio-corta della curva, in modo da cristallizzare i rendimenti attuali senza rischiare troppo sulla parte lunga.
Cesarano. Andrei sulla parte breve a due-tre anni e su quella a sette anni per la componente di capital gain. Nel portafoglio andrebbe messa una parte governativa con attenzione anche al Btp, visto che gli spread sono abbastanza compressi. Andrebbe poi inserita una parte corporate investment grade di protezione e un fondo o Etf di bond emergenti. Per fare un esempio, il Brasile sta già tagliando i tassi, e questo elemento potrebbe portare al portafoglio il beneficio dei tagli e rendimenti ancora importanti.
Fugnoli. Attenzione a non tenere troppi bond lunghi, che sono a rischio in contesti di riarmo e spesa pubblica forte. Per il momento i tassi reali sono adeguati e in equilibrio, ma l’inflazione può risalire se i disavanzi pubblici sono prolungati. Non dimentichiamo che i rendimenti brevi sono più interessanti di quelli lunghi: non c’è fretta di spostarsi sulla parte lunga, anche perché non c’è una convinzione estrema sul fatto che le banche centrali taglino in modo drastico i tassi.
Patara. Stiamo progressivamente spostando il portafoglio dalla parte breve e brevissima alla fascia intermedia, da tre-cinque fino a sette anni. Questa fascia, sia sul governativo sia soprattutto sul corporate investment grade, offre l’opportunità di bloccare rendimenti elevati anche laddove la Bce inizi a tagliare in modo più massiccio. Sull’investment grade a cinque anni si arriva al 3,75%-4%. È però ancora presto per andare oltre i sette anni, perché ancora dobbiamo capire dove si fermeranno effettivamente le aspettative di inflazione per il lungo periodo.
Romagnoli. Stiamo lavorando molto sui subordinati e gli ibridi, e stiamo anche riorganizzando un fondo target sul reddito fisso. Comprando oggi scadenze medio-corte - non sopra i cinque anni - si può cristallizzare una situazione buona a livello di rendimenti prima dei tagli.
L’oro ai massimi storici fa gola come protezione del rischio geopolitico, anche in un’ottica di boom della domanda delle banche centrali emergenti. Ma attenzione: il taglio del costo del denaro può far ritornare attraente anche gli illiquidi come il private equity, i cui deal sono sul punto di ripartire.
Cesarano. Una componente di oro può aiutare a seguire il trend geopolitico, vista la diversificazione delle riserve da dollaro a lingotto. Attenzione anche al mondo delle miniere, strategiche dal punto di vista geopolitico e quindi piene di domanda.
Fugnoli. In un clima di tensione gli Stati tendono ad acquistare oro e materie prime a prescindere dal prezzo, accumulando riserve in un’ottica di prudenza. La Cina in particolare si sta esponendo sempre meno al Treasury e sempre più alle materie prime, per diversificare le sue riserve e non tenerle tutte in dollari.
Patara. C’è spazio per l’oro in portafoglio, un’area di investimento che ha senso strategicamente più che tatticamente e che può dare una parte di assicurazione in caso di shock geopolitici estremi. Più che le materie prime in sé ci piacciono più i settori azionari direttamente collegati come l’energetico, che ha buone valutazioni, inizia a vivere una stagione di m&a, e può apprezzarsi in caso di scenario geopolitico di crisi.
Romagnoli. Parte dei private assets come il private equity, in un contesto di riduzione dei tassi, hanno nuove opportunità di continuare a essere attrattivi per gli investitori in termini di rendimenti. (riproduzione riservata)