Le quote di emissione di Co2 meglio dell’oro? È la tesi sostenuta da Luke Oliver, managing director e head of strategy dell’asset manager KraneShares, che colloca tra le scelte di investimento gli Ets, una delle misure più contestate dal governo italiano che da mesi ne chiede la modifica alla Commissione Europea. «Dal punto di vista degli investimenti, i mercati obbligatori delle emissioni di Co2 presentano una struttura unica in quanto sono la sola asset class la cui offerta è destinata per legge a diminuire nel tempo, con revisioni normative nei mercati consolidati, come Ue e California, che si muovono costantemente verso limiti più restrittivi», premette Oliver. «Le quote europee, in particolare, sono attualmente inferiori di circa il 20% ai loro massimi dall’inizio dell’anno e rimangono sostenute da deficit strutturali nei prossimi anni, mentre il lancio del Cbam (il Carbon Border Adjustment Mechanism, spiegato qui) dell’Ue rafforza ulteriormente il ruolo crescente del carbon pricing e potrebbe aumentare la domanda di copertura obbligatoria».
Secondo Oliver, i mercati obbligatori delle emissioni di Co2 «sono diventati un’asset class liquida e istituzionale, con un controvalore annuo scambiato superiore a mille miliardi di dollari e una crescente partecipazione da parte delle principali istituzioni finanziarie e delle banche globali, anche in termini di analisi dell’andamento del mercato e di ricerca». Un altro aspetto sottolineato dal managing director di KraneShares, è che «i diritti sulle emissioni di carbonio hanno dimostrato una bassa correlazione con le azioni, l’oro (qui le stime di Jp Morgan e Anz) e gli altri asset di rischio tradizionali». Sulla base dei dati storici, «le emissioni di Co2 hanno registrato un indice di Sharpe (rapporto rischio/rendimento, ndr) sostanzialmente paragonabile a quello dell’S&P 500, pur mostrando una correlazione di circa 0,3. Questa combinazione rende le emissioni di Co2 un fattore che favorisce sia caratteristiche di rendimento che di diversificazione».
Per il gestore Usa specializzato in Etf è importante anche sottolineare che «a differenza dell’oro, le emissioni di Co2 non sono un bene unico e omogeneo. Il mercato regolamentato è costituito da una pluralità di sistemi regionali distinti, ciascuno con un proprio quadro normativo, un proprio andamento dell’offerta e con specifiche dinamiche di conformità. Questi mercati hanno storicamente mostrato una bassa correlazione tra loro, rafforzando ulteriormente i vantaggi di diversificazione derivanti da un’allocazione globale delle quote di diritti sul carbonio».
Questa disparità nei rendimenti, ricorda KraneShares, è stata particolarmente evidente nel 2025. Il mercato britannico dei diritti di emissioni è stato tra i più performanti, con un rendimento del +76% in sterline e del +93% in dollari statunitensi, superando il +67% registrato dall'oro. Le quote di emissione europee hanno generato rendimenti del 16% in valuta locale, ma del 32% in dollari, superando i titoli azionari Usa, che hanno registrato un aumento del 18%.
Ma perché puntare sui diritti del carbonio proprio ora? Per Oliver, «le caratteristiche a lungo termine delle emissioni di Co2 le rendono un’alternativa strategica interessante, e l’attuale fase del ciclo di mercato potrebbe rafforzare le ragioni a favore di un investimento in questo momento. Il più grande mercato delle emissioni al mondo, quello europeo, sta entrando in una fase di contrazione dell’offerta all’interno di un sistema già ambizioso». La previsione è che la disponibilità di quote diminuirà costantemente nei prossimi anni e il meccanismo di mercato sia già in atto per ridurre le scorte in eccesso. «Man mano che i mercati del carbonio continuano a consolidarsi, a diventare più rigorosi e ampliarsi in termini di portata, i diritti sulla Co2 potrebbero affermarsi come asset class alternativa strategica, offrendo agli investitori un approccio diversificato per l’esposizione agli asset reali».
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