Di recente sono saliti alla ribalta due argomenti diversi ma correlati tra loro: lo studio realizzato da Sace e The European House Ambrosetti sul dinamismo delle Pmi italiane, e l’avvio annunciato in questi giorni da parte di Cdp del fondo dei fondi per rilanciare la borsa e le Pmi quotate in particolare.
Lo studio di Sace riprende la canonica suddivisione dimensionale tra Micro Imprese, Piccole Imprese e Medie Imprese, dove le Micro e le Piccole hanno fatturati inferiori a 10 milioni di euro e le Medie tra 10 e 50 milioni di euro.
L’analisi evidenzia che le Micro e Piccole imprese costituiscono il 95% del totale in Italia, quasi esclusivamente a conduzione e controllo familiare, impiegano il 43% della forza lavoro, ma generano solo il 27,3% del valore aggiunto. Inoltre, solo il 18% di queste esporta più della metà del proprio fatturato, dimostrando che operano principalmente in settori a bassa redditività con margini tipici da subfornitori. Peraltro, pagano i fornitori con maggiori ritardi rispetto a Medie e Grandi.
Al contrario, nell'export, un terzo delle Medie esporta più del 50% del fatturato, e addirittura per le Grandi quasi il 40% supera questa soglia. Questo dato è confermato anche dalle previsioni per il 2027, che indicano un incremento dell'export del 2,3% per Micro e Piccole, contro il 16,5% delle Medie e il 22,7% delle Grandi.
Altro dato significativo, nel campo della ricerca e sviluppo solo il 28% delle Micro e Piccole ha investito negli ultimi tre anni in R&S e tecnologie innovative come IoT, intelligenza artificiale e automazione, rispetto al 51% delle Medie e Grandi, tecnologie fondamentali per creare fabbriche intelligenti e migliorare competitività e produttività.
I dati confermano il ruolo marginale di Micro e Piccole imprese, che sopravvivono seguendo Medie e Grandi come parte di una filiera produttivi o come parte di un distretto industriale. Ma le filiere e i distretti , con alcune eccezioni, hanno ormai fatto il loro tempo: finché si trattava solo di innovazioni di processo funzionavano, ma oggi, in un contesto globale che richiede innovazione di prodotto e nuovi modelli di business, sono due modelli industriali perdenti.
Se lo studio di Sace puntava ad enfatizzare il ruolo strategico delle Micro e Piccole imprese e delle relative filiere e distretti, le conclusioni mostrano invece che le aziende che trainano davvero il paese sono le Medie e le Grandi, quelle che esportano, investono in R&S e in nuovo personale qualificato, cosa che le Micro e Piccole non si possono permettere.
Non si è al dualismo dimensionale tra piccolo (flessibile e reattivo) e grande (lento ma potente), tra Davide e Golia, ma siamo di fronte ad un sistema che premia le imprese, sia Medie che anche Piccole (come le start-up) che sanno rischiare molto perché riescono a riorganizzare il proprio business in funzione e in previsione dei cambiamenti di mercato, sono in grado di raccogliere rapidamente risorse sul mercato (uomini e capitali), hanno forti capacità comunicative e di condivisione delle informazioni e con leadership che nascono dal basso. Esattamente il contrario delle Micro e Piccole imprese familiari.
I dati dello studio di Sace parlano chiaro, e per questo motivo i sostegni pubblici dovrebbero essere indirizzati non verso i distretti o le filiere, ma verso quelle imprese, Piccole o Medie, che hanno l’ambizione di crescere. Si tratta delle start-up e di quelle aziende pronte a raccogliere capitali e quotarsi in borsa, in particolare all’Egm (Euronext Growth Milano, ex Aim Italia), che si è rivelato uno strumento efficace per accelerare la loro crescita.
L’avvio del Fondo dei fondi di Cdp per sostenere le imprese quotate potrebbe essere un'opportunità straordinaria per contribuire alla rigenerazione del sistema industriale del Paese. Se il fondo seguirà l’indirizzo strategico indicato dal sottosegretario Federico Freni, cioè focalizzandosi sulle Pmi quotate all’Egm, diventerà uno strumento fondamentale per accelerare lo sviluppo delle imprese di piccola e media capitalizzazione. Considerando che le Grandi aziende sono già supportate da un ecosistema finanziario consolidato (oltre il 65% del flottante delle imprese quotate allo Star è in mano a investitori istituzionali stranieri), questo provvedimento, appunto prioritariamente indirizzato verso le Pmi, potrebbe avere un’importanza strategica ancora maggiore.
Questa è anche la giusta occasione per coinvolgere i grandi assenti dall’economia reale italiana, come i fondi pensione e le assicurazioni, che potrebbero finalmente affiancare lo Stato negli investimenti sulle Pmi quotate. Se questo passo verrà compiuto, l’Italia potrebbe mettersi al passo con le altre nazioni europee, rompendo il silenzio assordante che ha caratterizzato finora il comportamento di questa categoria di investitori istituzionali.
Per evitare che l’Italia si trasformi in un Paese dominato da bar, ristoranti, alberghetti ed artigiani e qualche grande impresa, è essenziale abbandonare il vecchio mantra del "piccolo è bello" e promuovere una nuova generazione di imprenditori capaci di trasformare e guidare il futuro del sistema economico italiano. (riproduzione riservata)