Se uno fosse stato su un altro pianeta negli ultimi quattro anni e fosse poi ritornato sulla Terra a giugno del 2024 penserebbe di non essersi perso nulla. Soprattutto in Europa. Solite discussioni da prima repubblica per le nomine dei vertici comunitari, da Commissione al Parlamento passando per il Consiglio (ora si chiamano top jobs come se il lavoro dei privati non fosse importante), divisioni tra paesi frugali e non, alto debito pubblico, aumento delle disuguaglianze, persino il Mes, il fondo salva-banche, di nuovo sui giornali, per l’opposizione italiana.
E invece dal 2020 ad oggi sono accadute tante cose inattese, da far instaurare sui mercati l’età dell’incertezza: il Covid, il lockdown, il debito comune del Next Generation Ue, la guerra in Ucraina, le minacce nucleari, il successo dei neo-nazisti, della destra e il ritorno dell’antisemitismo.
Tutto questo non conta a Bruxelles, a palazzo Berlaymont si rimette indietro il calendario come se nulla fosse accaduto e si pretende di ripartire da dove si era rimasti: la terra del rigore, sacerdoti Ursula von der Leyen, che tenta un difficile bis, e Christine Lagarde, che al vertice della Bce non deve sottoporsi nemmeno alla consultazione popolare per decidere le sorti delle finanze pubbliche e private usando la leva del costo del denaro.
Per questo si prova un po’ di amarezza e sconcerto a leggere delle ennesime procedure d’infrazione nei confronti di molti paesi europei, Italia e Francia in primis, come se il loro debito non fosse aumentato anche per via della pandemia.
Nelle sue raccomandazioni pubblicate col pacchetto di primavera del Semestre europeo, la Commissione Ue ha presentato al nostro paese una serie di richieste specifiche su ciò che dovrà fare per migliorare i conti pubblici con manovre da 10 miliardi di euro l’anno. Si tratta di materie centrali per riformare l’Italia, già indicate in parte dal Governatore Fabio Panetta, quali il sistema fiscale, la capacità amministrativa per la gestione dei fondi comunitari, la crisi demografica, la carenza di forza lavoro qualificata in certi settori, la strategia industriale e di sviluppo, il divario territoriale e infine le restrizioni che ancora restano alla concorrenza nel Paese.
Nello specifico Bruxelles, che sembra non aver tenuto conto dell’esito del voto e del forte vento di protesta uscito dalle urne francesi e tedesche, va avanti per la sua strada come un automa senza guida: l’Europa si fa solo se sono in ordine i conti pubblici, mentre invece si fa solo se le si dà un vero bilancio federale, un tesoro e fisco unico e un’anima sociale. Questa lettura esclusivamente contabile basata sul (nuovo si fa per dire) Patto di Stabilità è fuorviante almeno per tre ordini di motivi.
L’Italia deve ridurre il suo debito pubblico e fare le riforme non perché glielo chiede l’Unione Europea ma perché glielo impone la situazione interna, con un paese sempre più vecchio, sempre più indebitato e scarsamente innovativo.
In secondo luogo, la lunga lista che avvia la procedura d’infrazione nei confronti del nostro paese sembra praticamente la stessa che la Bce inserì nella famosa lettera inviata al governo Berlusconi nell’agosto del 2011 e su cui ben pochi passi avanti sono stati fatti (ad eccezione della legge Fornero sulle pensioni, più volte modificata), senza peraltro che sia avvenuto nulla di negativo alla stabilità dell’Eurozona mentre invece andò a casa il governo del Cavaliere sotto i colpi dello spread e da lì si succedettero un paio di esecutivi tecnici a guida di Mario Monti e Mario Draghi, prima che arrivasse quello di Giorgia Meloni che per ora solo a parole annuncia di voler cambiare l’Europa.
In terzo luogo, si fa fatica a dare ragione al commissario uscente Paolo Gentiloni, quando nega che con il nuovo patto di Stabilità sia tornata l’austerità: senza corposi tagli di interesse da parte della Bce e con paesi come la Francia e l’Italia costrette a fare manovre di rientro per rispettare l’inutile rapporto deficit-pil al 3% (inutile perché quando fu sospeso durante il Covid l’euro non andò in frantumi e nemmeno il mercato unico) si ridurranno le spese sociali. E proprie quelle forze di destra anti-europeiste che si sono affermate in Germania e in Francia avranno nuova linfa vitale per le loro campagne incendiarie contro l’Unione. A cominciare dalle prossime elezioni politiche transalpine.
Ma se non bastassero queste considerazioni ce n’è una tecnica che nemmeno i papaveri della Commissione possono negare: finché l’Unione non avrà un bilancio federale non sarà possibile una crescita diffusa e stabile, mentre ogni squilibrio nei conti pubblici si riverbererà all’interno del budget nazionale del paese membro e non sull’Unione, perché manca la catena di trasmissione di un eventuale contagio che quando c’è stato lo si è dovuto, come nel caso greco, all’instabilità di soggetti privati.
Siamo alle solite: malattia nota ma cure sbagliate in attesa di una svolta che non arriva. Quattro anni sembrano passati inutilmente. (riproduzione riservata)