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Elisa Zambito Marsala, Intesa Sanpaolo
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Intesa Sanpaolo: la carica delle startup, 3 su 10 puntano sull’energia

di Angela Zoppo
04 giugno 2026, 21:00 Ultimo aggiornamento: 22:25

I risultati della ricerca dell’osservatorio Blue Economy Monitor. Tra i settori più gettonati rinnovabili, idrogeno e batterie. Ma per diventare campioni industriali internazionali serve più capitale

Tre start-up italiane su 10 scelgono di puntare sull’energia, in particolare sulla transizione ecologica. Il dato emerge dalla nuova ricerca del Blue Economy Monitor di Sda Bocconi School of Management, promosso da Intesa Sanpaolo, presentata alla Venice Climate Week.

Il campione analizzato nella ricerca, realizzata dai professori Francesco Perrini, Manlio De Silvio e Stefano Pogutz, comprende 485 nuove società, pari al 4% dell’intero comparto delle start-up innovative: l’energia è il primo settore (30%), seguito da digitale (27%) ed economia circolare (18%). Centrale, secondo l’indagine, sarà «il rafforzamento dell’accesso a fondi e capitali per sostenere crescita e scale-up, insieme a investimenti in internazionalizzazione, competenze e formazione per accelerare la transizione».

Le scelte delle start-up

Il comparto più rappresentato, quello dell’energia, sviluppa soluzioni che includono idrogeno verde, energie rinnovabili avanzate e sistemi innovativi di accumulo. Per le tecnologie digitali abilitanti, ci si concentra invece su intelligenza artificiale e Internet delle cose; seguono economia circolare e la gestione delle risorse naturali, incluse iniziative di cattura dell’anidride carbonica e la riduzione delle emissioni; mobilità sostenibile (9%); agritech (8%); materiali avanzati e chimica verde.

Secondo l’analisi del Blue Economy Monitor, l’Italia può contare su una solida base industriale, oltre 200 incubatori e acceleratori e un tessuto imprenditoriale altamente qualificato. Tre le raccomandazioni strategiche per rafforzare il posizionamento competitivo: migliorare l’accesso ai fondi europei attraverso programmi di capacity building e advisory; aumentare le risorse destinate a venture capital e corporate venture capital per sostenere le fasi di scale up; sviluppare una strategia strutturata di internazionalizzazione dell’innovazione verde e blu, capace di attrarre capitali e favorire il networking internazionale.

Dove è meglio investire

Tra le principali aree di investimento individuate figurano idrogeno verde, sistemi avanzati di storage energetico, tecnologie per la sostenibilità, economia circolare, biomateriali, agritech e agricoltura rigenerativa. Per la blue economy, le direttrici prioritarie riguardano la valorizzazione biologica delle risorse marine, attraverso biotecnologie blu e acquacoltura, lo sviluppo delle energie rinnovabili marine e l’innovazione nella manifattura navale e nella mobilità marittima sostenibile.

«L’Italia dispone di tutti gli ingredienti per diventare protagonista europea della transizione verde e blu», spiega Perrini, direttore del Blue Economy Monitor, «una filiera industriale robusta, centri di accelerazione e vantaggi geopolitici unici nel Mediterraneo. La vera sfida è oggi dimensionale: trasformare un ecosistema vivace di start-up in campioni industriali capaci di competere sui mercati globali. Servono capitali pazienti, una strategia strutturata di internazionalizzazione e politiche industriali coerenti con le ambizioni del Paese».

Per Elisa Zambito Marsala, responsabile education ecosystem and global value programs di Intesa Sanpaolo, «tra i trend emergenti, la blue economy ed i fondali marini offrono straordinarie potenzialità di crescita per il nostro Paese. Sostenere la ricerca in questo ambito significa supportare l’accrescimento delle competenze, alimentare la competitività, la distintività italiana e costruire ecosistemi virtuosi, in cui istituzioni, imprese e università collaborano per preparare le nuove generazioni alle sfide globali».

(riproduzione riservata)



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