
Circa 80 milioni di euro a stagione, un jet privato, una villa da 1.000 metri quadrati con 25 stanze, 80 mila euro ogni gol segnato, 500 mila euro per ogni post pubblicato sui social in cui promuoverà l’immagine dell’Arabia Saudita e un parco auto composto da una Bentley Continental GP, una Aston Martin DBX, una Lamborghini Huracán, quattro Mercedes G Wagon, un altro suv Mercedes e un furgone dello stesso brand. Con questo contratto monstre offerto dall’Al Hilal del fondo Pif (che nello stesso campionato controlla anche l’Al Ittihad di Benzema, l’Al Ahli e l’Al Nassr di Cristiano Ronaldo) è facile capire perché Neymar abbia preferito - per i prossimi due anni - il deserto arabico alla Tour Eiffel.
Il brasiliano è solo l’ultimo di una serie di calciatori ad aver scelto questa estate la Saudi League. Apripista è stato Cristiano Ronaldo, arrivato a parametro zero a fronte di uno stipendio base di circa 70 milioni l’anno - che arrivano a 200 milioni con bonus e accordi commerciali - così come l’ex compagno di squadra Karim Benzema, che percepirà 100 milioni come base. A ruota sono arrivati Firmino dal Liverpool (20 milioni netti di ingaggio annui), Mahrez dal Manchester City (30 milioni l’anno), Sadio Manè (40 milioni), il centrocampista francese N'Golo Kanté (50 milioni), l’ex Napoli e Chelsea Koulibaly fino ai volti noti della Serie A Sergej Milinkovic Savic e Marcelo Brozovic, rispettivamente con stipendi di 20 e 25 milioni netti.
Il modello arabo è semplice: prendere giocatori a parametro zero (a parte casi come Milinkovic e pochissimi altri) e abbondare - più di quanto possa fare anche la Premier League - sugli ingaggi. Non a caso guardando il valore complessivo delle rose dell’intero campionato saudita, cioè dei cartellini di tutti i giocatori della Lega, si arriva con difficoltà a 700 milioni. Poca roba, considerando che la rosa del Newcastle (altro club di proprietà di Pif ) da sola vale 600 milioni, senza disturbare City (1,25 miliardi) o Real Madrid (998 milioni). Al contrario, per gli ingaggi le 18 squadre della Saudi Pro League hanno speso in questa sessione oltre 700 milioni di euro.
Certo, lo stratagemma di pompare gli ingaggi comprando giocatori a parametro zero non l’hanno mica scoperto i sultani (basta ricordare il passaggio di Gianluigi Donnarumma dal Milan al Psg), però la potenza di fuoco che i petrodollari sono in grado di scaricare sul mondo del calcio, sfruttando la fame di procuratori e calciatori, è enorme e sta facendo preoccupare il calcio europeo, stretto fra club indebitati - solo in Italia il calcio professionistico ha registrato una perdita aggregata di 1,4 miliardi - e addii eccellenti che alla lunga si potrebbero riversare sulla qualità (e sull’appeal) del prodotto, complicando quindi anche gli incassi delle leghe dalla vendita dei diritti televisivi.
In un intervento su Rai Radio 1 il presidente della Lega Serie A Lorenzo Casini ha analizzato l’avanzata saudita in prospettiva, appellandosi al salary cap: «Le offerte dall’Arabia Saudita sono sicuramente sintomo di un interesse verso i nostri giocatori ma allo stesso tempo possono portare a fenomeni di doping finanziario. Fin quando si parla di mercato europeo possiamo intervenire con regole di salary cap, ma se parliamo anche di altri continenti solo la Fifa può intervenire. Si tratta di un fenomeno che dovrà essere monitorato nel corso degli anni».
Dal canto suo il presidente della Uefa Aleksander Ceferin sembra quasi snobbare l’Arabia: «Quello che mettono in atto nell’acquisto dei calciatori, i quali per gran parte hanno quasi terminato la loro carriera, non è un sistema in grado di consentire uno sviluppo del calcio. Stanno facendo lo stesso errore della Cina di qualche anno fa».
Al di là della questione se i giocatori acquistati possano ancora «fare la differenza» o meno in Europa, una prima osservazione sul tema sollevato da Ceferin è arrivata dall’economista Christophe Lepetit, il quale ha sottolineato che l’Arabia Saudita «potrebbe riuscire ad attirare tutte le stelle dei campionati europei, portando i suddetti campionati a perdere la loro qualità sportiva e quindi la loro competitività economica».
Ma soprattutto Lepetit ha notato che, nonostante la centralità dell’Europa per i giocatori più quotati, esiste «il rischio di una maggiore pressione finanziaria sui grandi club europei», perché le squadre saudite che faranno offerte faraoniche a stelle come Mbappé o Haaland spingeranno questi ultimi a utilizzarle per rinegoziare migliori condizioni finanziarie. «Inoltre, i club sauditi avranno anche bisogno di giocatori un po’ meno popolari per puntare a diventare grandi. Ciò potrebbe causare un indebolimento degli altri club a causa della strategia saudita».
Il paragone con la bolla del calcio cinese viene tirato spesso in ballo. Le differenze tra i due fenomeni, però, sono notevoli. Il primo problema del calcio cinese è stato che gli pseudo-campioni acquistati non si sono rivelati efficaci perché, nonostante il calcio fosse già popolare tra la crescente classe media, la cultura calcistica e il tifo erano indietro anni luce da quelli europei o sudamericani. E gli stadi spesso rimanevano deserti. E anche i calciatori non erano più nel mirino di esperti e appassionati perché le partite della Lega erano ignorate da media e tifosi occidentali. Il motivo è semplice, si tenevano in orari impossibili per colpa del fuso orario.
Altro punto fondamentale è l’esigenza che l’Arabia ha di fare sportwashing, cioè di utilizzare lo sport per dare un’immagine positiva del Paese. E questo fa sì che anche le spese folli fatte dagli sceicchi siano diverse nelle modalità rispetto a quelle portate avanti dai ricchi proprietari dei club asiatici, perlopiù spinte all’epoca dall’euforia.
Si arriva così al ruolo del governo. Se in Arabia lo sport è appunto un cavallo di Troia per sfondare in Occidente e ripulire la propria immagine, in Cina l’alto livello di controllo applicato dal governo è stato uno dei motivi che hanno fatto sgonfiare la bolla del calcio. Soprattutto da quando il governo di Pechino iniziò a sospettare che molti di quei ricchissimi contratti fossero un modo per portare una parte dei profitti delle aziende all’estero, aggirando i controlli sulle valute e pagare meno tasse. Ciò, unito alla crisi immobiliare e al Covid, ha definitivamente spinto Xi Jinping a chiudere le porte al calcio, tanto da uscire allo scoperto e sostenere, durante una conferenza stampa, che spendere così tanto per generi di lusso stranieri non era per niente «cinese». Niente di tutto questo dovrebbe invece avvenire in Arabia Saudita, che ha inserito il calcio e lo sport in generale al centro del suo progetto di ribalta internazionale.
Ma di fronte a una simile potenza di fuoco finanziaria il calcio europeo verrà relegato in un ruolo di secondo piano? Non è detto. Basti pensare che la Fifpro, il sindacato europeo dei calciatori professionistici, dopo l’allarme lanciato qualche mese fa, ha nuovamente sconsigliato ai propri associati di accettare le offerte dei club della Saudi Pro League. I club sauditi non sarebbero infatti del tutto affidabili nel rispettare le clausole dei contratti con i giocatori. Basti pensare che 50 di loro negli ultimi 12 mesi sono stati costretti a rivolgersi all’arbitrato messo a disposizione dalla Fifa per risolvere controversie con le rispettive squadre.
Uno dei casi più eclatanti è quello di Lewis Grabban, ex attaccante del Nottingham Forest arrivato all’Al Ahli la scorsa estate: prima di esser svincolato dal club saudita non gli sarebbero stati pagati circa 400.000 dollari tra stipendi e bonus. L’arbitrato ha dato ragione al giocatore costringendo così il club a pagare 1,2 milioni di dollari per aver violato i termini del contratto. E non si tratta di un caso isolato, visto che il club è stato trascinato in tribunale quattro volte nel giro di un anno e mezzo. Va infine notato che la Fifpro ha sottolineato anche che in Arabia Saudita non è presente alcun sindacato dei calciatori: un problema soprattutto per tutti quei professionisti meno famosi dei vari Ronaldo, Benzema o Neymar. (riproduzione riservata)