Il dollaro sta perdendo il suo ruolo di valuta di riserva? Se lo chiedono preoccupati gli investitori, vedendo nelle ultime settimane l'indice del biglietto verde, che ne misura il valore contro un paniere di monete principali, scendere ai minimi degli ultimi tre anni. Venerdì 17 è risalito sopra quota 99,5, mentre il cambio con l’euro è a 1,136 (sei mesi fa era di poco oltre la parità), in uno scenario complessivo che resta estremamente volatile, a causa degli esiti incerti della guerra dei dazi di Donald Trump.
Se la perdita di fiducia verso i bond è la principale ragione della caduta della moneta Usa (per la rotazione di portafogli dal dollaro all’euro, che hanno visto i rendimenti dei Treasury salire e quelli del Bund scendere), cosa ci si può aspettare? «I dazi sono un grimaldello per ridurre il valore del dollaro e penso che alla fine sarà dazi zero per tutti, ma con un biglietto verde che avrà perso un 15-20% almeno contro la moneta unica. In un regime di cambi flessibili, ciò consentirebbe un raggiustamento dell’import-export Usa, ora ancora in incremento di 125 miliardi di dollari al mese», fa notare Saverio Berlinzani, capo analista di ActivTrades. I fattori che incideranno di più saranno il debito pubblico, da svalutare, e la bilancia commerciale, oltre all’inflazione che, se scendesse, offrirebbe alla Fed la chance di abbassare i tassi.
Anche secondo Aaron Hurd, senior portfolio manager currency di State Street Global Advisors, sebbene il dollaro appaia ipervenduto e possa temporaneamente rimbalzare «nel medio termine rimane altamente vulnerabile a ulteriori vendite a causa della diminuzione della crescita economica degli Stati Uniti e dell’aumento dell’inflazione dovuto alla politica dei dazi di Trump, nonché per l’aumento delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come partner commerciale, finanziario e per la sicurezza». Questi fattori giustificano una rotazione fuori dall’esposizione al dollaro, sia attraverso la vendita diretta di asset statunitensi, sia attraverso l’aumento dei rapporti di hedging (copertura) sul biglietto verde.
Dal punto di vista di un investitore in euro, quali sono allora le migliori occasioni per sfruttare la debolezza del dollaro? A parere di Peter Kinsella, global head della strategia forex di Union Bancaire Privée (Ubp), ha senso concentrare gli investimenti verso beni rifugio, quindi «possiamo aspettarci che valute come lo yen giapponese e il franco svizzero continuino a sovraperformare. Anche l'euro ne trarrà grandi benefici e nel tempo potremo assistere a ulteriori afflussi verso i mercati azionari e obbligazionari europei». Una volta che gli effetti dei dazi e del nuovo regime commerciale saranno più chiari, un dollaro più debole potrebbe inoltre creare un contesto più favorevole per alcuni asset dei mercati emergenti.
Oltre a franco svizzero e yen, che restano interessanti, in particolare se la Bank of Japan decidesse di alzare i tassi di interesse più di quanto al momento scontino i mercati, Stefano Gianti, analista di Swissquote, in un’ottica più speculativa ritiene che vadano «seguiti con attenzione dollaro canadese e pesos messicano, che nelle ultime settimane hanno messo a segno un importante rimbalzo, per l’affievolirsi dei timori sui dazi americani», mentre fra gli asset da inserire in portafoglio per limitare la volatilità, l’oro, nonostante il rally già messo a segno, resta una valida alternativa. Al contrario, per l’analista di ActivTrades, «il ritorno dell’appetito al rischio sui mercati, per me ancora possibile, favorirebbe l’acquisto di dollari australiani e neozelandesi, che hanno toccato dei minimi contro euro assai significativi, attraverso il valutario e l’obbligazionario». In molti però non ci sperano. (riproduzione riservata)