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Mps-Mediobanca, ora i pm  avranno tre mesi per trovare la smoking gun nelle nuove carte. Ecco perché
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Mps-Mediobanca, ora i pm avranno tre mesi per trovare la smoking gun nelle nuove carte. Ecco perché

05 dicembre 2025, 21:00 Ultimo aggiornamento: 06 dicembre 2025, 09:17

Dopo le ultime perquisizioni i magistrati avranno tre mesi per esaminare i dati raccolti. Intanto il cda di Mps raccoglie pareri legali sulla vicenda che potrebbe condizionare il rinnovo del cda. Il nodo 231

I prossimi tre mesi saranno decisivi per l’esito dell’inchiesta che la Procura di Milano ha aperto sulla scalata di Montepaschi a Mediobanca. L’indagine, partita in sordina dieci mesi fa, ha cominciato a prendere forma in primavera tra intercettazioni, interrogatori e monitoraggio dei flussi finanziari. Solo nelle ultime settimane però il fascicolo ha registrato un’accelerazione decisa, grazie a una serie di perquisizioni e acquisizioni documentali condotte dal Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza.

Una valanga di materiale è finita così sulle scrivanie dei pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi, coordinati dal procuratore aggiunto Roberto Pellicano. Il lavoro di analisi sarà lungo, perché il fascicolo comprende non solo documenti, ma soprattutto conversazioni inedite che potrebbero chiarire intenzioni, tempi e ruoli dei protagonisti della scalata, offrendo una visione più completa dei passaggi critici. Tra gli ultimi dispositivi arrivati in possesso della Procura ci sono i cellulari del presidente di Mediobanca Vittorio Grilli e del ceo Alessandro Melzi d’Eril, quest’ultimo già ascoltato dai magistrati.

Cosa vuole provare la Procura

Sono due le principali ipotesi di reato: manipolazione di mercato e ostacolo alla vigilanza. Come spiega il decreto di perquisizione, l’obiettivo della Procura è dimostrare che Delfin ed il gruppo Caltagirone, con il concorso dell’ad di Montepaschi Luigi Lovaglio, abbiano acquisito il controllo di Mediobanca «in palese violazione delle norme del Tuf e delle altre norme di settore», attraverso condotte «idonee a manipolare concretamente il prezzo delle azioni» di Piazzetta Cuccia.

Parallelamente, l’indagine mira a verificare se le informazioni contenute nel documento di offerta dell’opas di Mps su Mediobanca abbiano effettivamente tratto in inganno Bce, Consob, Ivass configurando così l’ostacolo all’attività di vigilanza. Al momento restano fuori dal perimetro investigativo le operazioni su Generali, per le quali non emergono collegamenti con gli indagati.

Ipotesi individuate chirurgicamente insomma che dovranno trovare un solido supporto probatorio nei prossimi mesi. I magistrati lo sottolineano esplicitamente nel decreto di perquisizione: «evidenti ragioni di completezza dell'indagine impongono di svolgere ricerche volte anche all'acquisizione di eventuali fonti di prova diretta dell'accordo, così come a chiarire diversi aspetti che le indagini sinora svolte hanno lasciato opachi o contraddittori», spiega il provvedimento.

La strategia delle difese

Su questi aspetti si concentra anche la linea difensiva. La tesi dei legali degli indagati (che avrebbero chiesto accesso agli atti in cambio della rinuncia ai riesame) è che le ipotesi della Procura siano generiche. Alcune intercettazioni, si osserva, presentano margini di ambiguità e dunque non possono essere considerate prove. Viene inoltre citato un precedente: nel 2022 Generali chiese a Ivass e Consob una valutazione sull’esistenza del concerto che però le authority non ravvisarono. Ora, con l’intervento diretto della magistratura, lo scenario cambia, ma resta centrale la necessità di trovare elementi concreti.

Non solo. Come sottolineato dal presidente della Consob Paolo Savona, dopo la Riforma Cartabia per reati come l’insider trading non è più sufficiente basarsi su indizi parziali: il nuovo criterio richiede elementi solidi che dimostrino in modo chiaro e diretto la condotta illecita. Senza queste evidenze il giudice può decidere di non procedere o di archiviare il fascicolo già nelle fasi preliminari, bloccando così l’indagine prima ancora che si arrivi a un dibattimento.

Cosa succede con la legge 231

C’è infine la dimensione amministrativa. L’iscrizione di Delfin e del gruppo Caltagirone al registro degli indagati per la legge 231 è un passaggio significativo ma non comporta, per ora, ricadute operative. Perché si materializzino effetti concreti servirebbero misure cautelari come il sequestro delle partecipazioni, provvedimento che al momento non risulta essere nelle intenzioni della Procura. Gli effetti potrebbero comunque manifestarsi a livello reputazionale, incidendo sui rapporti con investitori, controparti e autorità di vigilanza. Conseguenze finanziarie si avrebbero invece solo dopo una sentenza di condanna e possono consistere in sanzioni, confische o provvedimenti interdittivi.

La relazione di Lovaglio in cda

Molte di queste considerazioni hanno supportato la linea difensiva di Lovaglio (assistito dall’avvocato Giuseppe Iannaccone), che venerdì 5 ha aggiornato il cda del Monte sullo stato dell’inchiesta. Secondo quanto ricostruito da MF-Milano Finanza, il banchiere avrebbe respinto le contestazioni della Procura, considerandole basate su ipotesi e interpretazioni prive di elementi probatori concreti.

Lovaglio ha inoltre rivendicato la propria autonomia di manager rispetto agli azionisti Delfin e Caltagirone, sottolineando come le decisioni strategiche della banca siano state adottate indipendentemente da influenze esterne, nel rispetto delle responsabilità e dei poteri attribuitigli dal ruolo di amministratore delegato e direttore generale. Dopo l’esposizione, il cda di Montepaschi ha rinnovato all’unanimità piena fiducia nel banchiere e confermato i requisiti di correttezza, supportato anche dai pareri di due influenti studi legali.

Il board ha inoltre sottolineato «che l’attività dei gruppi di lavoro, che coinvolgono le risorse professionali di entrambe le banche, prosegue a pieno regime, con l’obiettivo di realizzare in tempi brevi le sinergie industriali e di accelerare la crescita e la creazione di valore», spiega una nota.

Il board insomma vuole avanti con il piano di integrazione di Mediobanca e con la stesura del nuovo piano industriale previsto per fine marzo. Si prefigurano però tempi più lunghi per la fusione della merchant bank nella capogruppo e lo scorporo delle attività a maggiore valore aggiunto come il corporate & investment banking e il private banking che resteranno sotto il marchio Mediobanca. Sta entrando intanto nel vivo il rinnovo del board previsto per la prossima primavera. La strada maestra qui sarà la composizione di una lista del cda uscente, il cui primo passaggio sarà la modifica dello statuto (ora al vaglio della Bce). Per il momento non si è ancora discusso di candidature e la partita rimane aperta. (riproduzione riservata)



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