Diceva Aristotele che la degenerazione della democrazia era la demagogia. A scorrere l’introduzione del libro del politico francese Jean-Luc Mélenchon nel quale si definisce tribuno del popolo, si sarebbe tentati di dargli ragione, chiudendo lì la lettura di un testo marchiato da uno stigma così negativo.
Né del resto un titolo come Ribellatevi! La Rivoluzione del XXI secolo (Meltemi 2025) è fatto per il palato degli italiani, abituati a rapporti di grandi tecnici prestati alla politica come Mario Draghi o di importanti dossier tecnici redatti da politici come Enrico Letta.
Ma i francesi sono fatti di una pasta differente e dalla Repubblica si aspettano molto, dunque è giusto osservare cosa accade al di là delle Alpi. Mélenchon lo sa e non a caso nel suo libro riecheggiano corde a cui i lettori d’oltralpe sono molto sensibili come l’appello alla grande rivoluzione del 1789, a quella del 1848 o alla Comune di Parigi. Tutti episodi nei quali si è materializzata nelle piazze e nelle strade quella sovranità popolare alla quale fa appello il nostro tribuno.
Ecco allora la prima sorpresa. Mentre in Italia il potere costituente del popolo è stato prudentemente inserito nel reticolo della costituzione, Mélenchon, richiamando proprio la storia di Francia, ritiene che esso appartenga invece integralmente al popolo che unendosi e manifestando può dare vita a una assemblea costituente che si sbarazzi delle istituzioni.
Di schietta ispirazione marxista, l’autore ritiene però che il capitalismo opprima non solo il proletariato, ammesso che esso esista ancora, ma tutte le classi sociali, fatta eccezione per i pochi che hanno beneficiato del neoliberalismo, arroccandosi in quartieri eleganti delle città, prudentemente isolati dal resto della popolazione, la quale invece subisce una ferrea sorveglianza poliziesca per non fuoriuscire dai ghetti nei quali è stata confinata.
Un’utopia, direte. Non proprio perché il movimento dei gilet gialli ha dimostrato quanto potenziale eversivo possa esprimere la folla una volta che si impossessi di quelle reti che sono servite finora per stordirla e ammansirla. La visione che dovrebbe ispirarli è d’altronde schiettamente umanista: redistribuzione del reddito, lotta contro il degrado ecologico, gestione benevola dei flussi migratori, recupero della pratica della solidarietà, tra i cittadini e il resto del mondo.
L’Unione europea è citata poche volte perché percepita come un bastione dell’oligarchia. La speranza è riposta invece nella cooperazione internazionale visto che i grandi nodi da sciogliere, si pensi al progressivo esaurimento delle risorse idriche, riguardano tutti.
Che dire allora di questo libro, che si lascia leggere con piacere e suscita una spontanea simpatia?
Innanzitutto che, con buona pace di chi sostiene il contrario, un popolo europeo non esiste, perché se qualcuno del Partito Democratico pubblicasse un libro del genere in Italia verrebbe preso per pazzo. La storia conta, eccome.
In secondo luogo è giocoforza concludere che alle prossime elezioni francesi ne vedremo delle belle. Sommando i voti di Mélenchon con quelli della destra dei Le Pen, viene fuori che i cosiddetti moderati centristi di consensi ne hanno davvero pochi.
In terzo luogo, chiunque sia stato a Parigi recentemente ricava l’impressione che Mélenchon descriva la realtà e non parli a vanvera. Gli insegnanti francesi, una volta ossatura dello Stato, per fare un esempio, hanno visto ridurre il proprio potere di acquisto e status, drammaticamente degradati. E sono molto arrabbiati. Non rassegnati, come appare dalle cronache per altri europei tra cui gli italiani. (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà
di Giurisprudenza di Firenze