Una manovra «sostanzialmente a saldo zero, senza impatto significativo sul pil» e «non adeguata a rilanciare la competitività del sistema produttivo». È questo il giudizio espresso da Confindustria nel corso dell’audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sulla Legge di Bilancio.
Il direttore generale Maurizio Tarquini ha riconosciuto la «disponibilità al dialogo» del governo e la «condivisione di scelte importanti», come l’iperammortamento e la Zes unica. Tuttavia, ha sottolineato come il ddl di Bilancio «non abbia la dimensione necessaria per rilanciare la competitività delle imprese» e come serva invece «un piano industriale straordinario». Tre, secondo Tarquini, le direttrici di intervento: investimenti, competitività e contesto attrattivo.
Confindustria torna così a chiedere un impegno strutturale sul fronte della crescita: «Non dobbiamo rassegnarci alla sindrome dello ‘zero virgola’. Se l’Italia non cresce – ha ammonito Tarquini – non potremo più garantire gli attuali livelli di welfare: istruzione, sanità, previdenza e assistenza ai più deboli». La stabilità dei conti pubblici, ha aggiunto, «è una scelta azzeccata, ma va accompagnata da un investimento significativo e stabile nel tempo sulle imprese e sulla loro capacità di competere».
Secondo l’associazione degli industriali, le «vere urgenze» sono due: rimodulare il Pnrr per assicurare almeno 8 miliardi l’anno di sostegno alle imprese per un triennio e ridurre il costo dell’energia con «misure immediate che non incidano sui saldi di bilancio». Terzo pilastro, le «riforme a costo zero», di cui solo 9 delle 80 proposte avanzate da Confindustria nell’ultimo anno sono state finora recepite.
«La manovra», ha poi proseguito Tarquini, «presenta anche alcune criticità inattese: interventi che minano l’affidamento dei contribuenti, la certezza del diritto e l’impatto positivo delle misure a sostegno degli investimenti». Tra le misure più critiche, ha evidenziato «l’inasprimento della tassazione dei dividendi infragruppo», con «l’introduzione di una tassazione piena al 24%, in presenza di partecipazioni inferiori al 10%, invece dell’1,2% effettivo attuale».
Una disciplina «dirompente anche rispetto a quello che accade oltre confine, dove si adottano analoghi sistemi di esenzione, e che cambierà radicalmente l’assetto proprietario dei gruppi italiani, penalizzando la nostra capacità di mantenere e attrarre capitali».
Ancora, «il divieto, dal 1° luglio 2026, di utilizzare crediti d’imposta agevolativi sul modello F24 per compensare i debiti per contributi previdenziali Inps e per premi assicurativi Inail», che il dg ha definito «molto impattante, soprattutto per imprese con un elevato numero di dipendenti e con un livello di redditività basso, per effetto di importanti investimenti o di perdite».
Sul fronte del lavoro, Tarquini ha giudicato «apprezzabili ma non strutturali» le misure per sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori, rilevando come «l’incertezza sulla loro durata» possa scoraggiare le imprese. Confindustria sollecita inoltre un’agevolazione contributiva per le assunzioni delle grandi imprese del Mezzogiorno, la proroga del contratto di espansione e una revisione delle regole sui fondi pensione per mobilitare il risparmio previdenziale verso infrastrutture e imprese italiane.
Infine, l’associazione segnala lacune in settori strategici, dall’emergenza abitativa alla logistica intermodale, passando per la ricerca industriale. «L’Italia», ha concluso Tarquini, «ha bisogno di un quadro stabile, di regole semplici e di una politica industriale che accompagni la crescita. Senza crescita, non ci sarà futuro neppure per il nostro welfare». (riproduzione riservata)