Davvero ostinati, questi magistrati della Corte dei Conti. Prima il governo gli ha spuntato le unghie con la legge firmata dal ministro di FdI, Tommaso Foti. Poi il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano ha bloccato 10 nomine apicali. Nel mezzo gli attacchi per la bocciatura della delibera Cipess per il Ponte sullo stretto di Messina. Ma loro niente, vanno avanti a sgambetti.
L’ultimo? Qualche giorno fa la Corte ha bocciato un’altra mossa del governo, rifiutando visto e registrazione a un decreto del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. È il decreto ministeriale numero 579 del 30 dicembre 2025, che destina 101 milioni a Invitalia in base a una convenzione.
I soldi dovrebbero servire per le procedure relative all’appalto per l’impianto di preridotto da realizzare all’Ilva per la decarbonizzazione. Peccato che le possibilità per quell’impianto di vedere un giorno la luce siano praticamente inesistenti.
Già questo avrebbe consigliato di lasciar spirare quel decreto in qualche cassetto del ministero. Ma si sa che una qualità sopra tutte difetta grandemente alla nostra burocrazia: il buonsenso.
Rapido riassunto delle puntate precedenti. L’Ilva viene commissariata nel luglio 2012 per serissimi problemi ambientali. È chiaro da subito che le possibilità per l’acciaieria tarantina di affrontare il futuro risiedono nella rivoluzione energetica. Allora i commissari mettono a punto un piano, che finisce però nel freezer travolto da inerzie burocratiche, veti incrociati, lotte politiche e incapacità manageriali.
Passano gli anni e nel 2018 lo stabilimento finisce alla multinazionale ArcelorMittal. Ma l’operazione non funziona, per varie ragioni difficili da riassumere. Lo Stato decide allora di rientrare in partita attraverso Invitalia. E il primo atto è un decreto legge di fine 2019, secondo governo Conte, che prevede la creazione di una società pubblica per far partire la decarbonizzazione.
La società nasce di lì a poco: la chiamano Dri d’Italia. Dovrà realizzare un impianto di preridotto, cioè un semilavorato fondamentale per la produzione ecologica dell’acciaio. È stabilito che la fonte d’energia impiegata sarà l’idrogeno. Nel frattempo scoppia la pandemia e parte il grande finanziamento europeo Next generation Ue.
L’Italia incassa quasi 200 miliardi e in quei soldi del famoso Pnrr ci sarebbe anche un’occasione da non perdere: un miliardo per l’impianto di preridotto di Taranto. L’appalto si fa nel 2023 e lo vince il gruppo tedesco Paul Wurth. Ma l’italiana Danieli, sconfitta, ricorre al Tar. Che le dà ragione, e idem fa anche il Consiglio di Stato nel maggio 2025.
Passano così altri due anni e la crisi dell’ex Ilva non conosce pause. Ormai è evidente che il miliardo del Pnrr non potrà essere utilizzato entro la scadenza, quindi viene dirottato altrove. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso garantisce che lo Stato troverà il denaro, ma la situazione pian piano precipita. Si verifica un grave incidente che provoca il sequestro di un altoforno e la capacità produttiva di Taranto precipita paurosamente.
Nel mentre è stato già aperto un altro bando per la privatizzazione e viene sfornato un nuovo piano, che replica quello finito nei cassetti nel 2013. Sparisce inoltre la suggestione di usare l’idrogeno, sostituito con il gas. Ma manca anche quello e non ci sono neppure offerte plausibili. L’unica con qualche parvenza di credibilità industriale è del colosso indiano Jindal. Che ridurrebbe drasticamente il personale e comunque non saprebbe che farsene del preridotto eventualmente fatto a Taranto, avendo già un proprio impianto in Oman.
Intanto il 30 dicembre 2025 spunta un decreto che stanzia 101 milioni per gestire quell’iniziativa morente ancor prima che parta. L’appalto per l’impianto di preridotto a Taranto dovrebbe essere assegnato entro novembre 2027.
Quando presumibilmente il destino dell’ex Ilva, in un modo o nell’altro, sarebbe già segnato. E comunque non mancano solo i presupposti, aspetto sul quale la Corte non può sindacare, ma anche i soldi: la Corte dei conti sottolinea che per realizzare l’impianto di preridotto Dri d’Italia servono 1,48 miliardi a fronte di una disponibilità di 826 milioni.
L’operazione non ha copertura. E le rassicurazioni che i 649 mancanti saranno recuperati in futuro (come? dove?) non bastano a convincere i magistrati a vistare il decreto. Conclusione: «Non avrebbe senso giuridico impegnare 101 milioni per la copertura di attività che, fin dall’inizio, risultano essere per mancanza delle risorse necessarie inadeguate a raggiungere il risultato voluto dal legislatore». (riproduzione riservata)