Potrebbe essere Eni ad aprire la nuova stazione delle maxi privatizzazioni pubbliche a firma Giorgia Meloni. Secondo quanto riportato da Bloomberg il governo italiano starebbe infatti pianificando la vendita fino al 4% di Eni Spa, dopo che la compagnia petrolifera avrà completato il piano di buy back, in scadenza ad aprile, così da poter incassare circa 2 miliardi di euro e ridurre il debito. Il management di Eni, in una delle ultime conference call, aveva annunciato di voler anticipare la chiusura dell’acquisto di azioni proprie rispetto alla scadenza di aprile 2024.
L’ipotesi era già circolata nelle scorse settimane con l’operazione che sarebbe appunto la diretta conseguenza del piano di buy back da 2,2 miliardi di euro annunciato dal gruppo. Il riacquisto di azioni proprie potrebbe far salire la partecipazione dello Stato al di sopra del 34%. Oggi la quota è pari al 32,4%, di cui il 27,7% tramite Cassa Depositi e Prestiti e il 4,7% tramite il ministero dell’Economia. La cancellazione delle azioni, già annunciata da Eni sulle azioni oggetto di buy back al netto di quelle al servizio del convertibile, permetterebbe di fatto allo Stato di aumentare la presa su Eni, fino appunto al 34%. Se però il Tesoro decidesse di rivendere la quota eccedente il 30% potrebbe incassare appunto circa 2 miliardi utili ai fini dell’obiettivo dei 20 miliardi di privatizzazioni indicati nella Nadef entro il 2026, pari all’1% del pil. Per ora dal ministero dell’Economia è arrivato un no comment.
Mentre tra le altre possibili operazioni di privatizzazione a spiccare è Poste Italiane, come aveva annunciato la stessa Meloni nella conferenza stampa di inizio anno. «Per noi privatizzare è ridurre la presenza dello Stato dove non è necessaria e riaffermarla dove è necessaria», aveva sottolineato la premier. Poste Italiane, che per le sue caratteristiche si presenta, insieme ad Eni, una delle operazioni più rapide da realizzare, con il gruppo già quotato dal 2014 e il 35% in mano a Cassa Depositi e Prestiti che assicura la presa pubblica. Se il Tesoro decidesse di vendere tutta la sua quota del 29,26% potrebbe incassare 3,8 miliardi (ai valori di borsa di questi giorni) pari quindi a poco meno di un quinto dell’obiettivo dei 20 miliardi.
Per quanto riguarda il gruppo guidato da Matteo Del Fante, il mercato è pronto a scommettere che il governo procederà con un’offerta pubblica di vendita (opv) per fare spazio ai privati che già detengono l’11,85% di Poste Italiane a differenza di quanto fatto con la cessione del primo pacchetto di azioni Mps, lo scorso novembre, con il Tesoro sceso dal 64,2% al 39%, per un incasso di 920 milioni, tramite lo strumento dell’accelerated bookbuilding. Proprio la banca senese guidata da Luigi Lovaglio potrà portare nuove risorse al ministero dell’Economia una volta scaduto il lock-up sulle azioni rimaste, a metà di febbraio. Da quella data si potrebbero rimettere sul mercato nuove tranche di titoli, concludendo di fatto l’iter di privatizzazione ma è anche possibile che il Tesoro azionista, in vista di una sua futura diluizione, possa orientare la banca verso il matrimonio con un altro soggetto italiano. In ogni caso quel pacchetto, ai prezzi di borsa attuali, vale circa 1,6 miliardi. (riproduzione riservata)