Nonostante i numerosi passi in avanti e la nascita dei primi unicorni nazionali (si pensi solo al caso Bending Spoons) il settore tecnologico italiano è ancora molto indietro rispetto al resto d’Europa. Secondo quanto calcolato in una ricerca congiunta da Clearwater e Roland Berger, il mercato tech tricolore vale circa 45 miliardi di euro, appena il 6% del mercato europeo (da 700 miliardi). Una goccia nel mare rispetto al valore globale del comparto, che la ricerca stima in 3.500 miliardi di euro.
«Il settore tech in Italia ha avuto negli ultimi anni un forte sviluppo, focalizzandosi maggiormente sulla system integration evoluta e meno sul software», spiega a MF-Milano Finanza Marco Morfino, managing partner di Clearwater. «Manca un player trainante dal punto di vista dell’industria software e quindi l’unica soluzione è stata spostarsi sul system integration. Infatti, i player di maggiore dimensione provengono da questo ambito», gli fa eco Andrea Bassanino, senior partner di Roland Berger.
Adesso però il mercato sta vivendo una fase di consolidamento, favorito anche dall’ingresso dei fondi di private equity, iniziato sette-otto anni fa. «Quando sono entrati i primi fondi», spiega Morfino, «era ancora un settore di nicchia». Poi però c’è stata la metamorfosi: sono stati gli stessi fondi che, una volta che hanno compreso il potenziale di crescita per acquisizioni nel mercato, hanno preso le aziende in portafoglio come piattaforme deputate alla crescita per linee esterne. Ora però il consolidamento sta vivendo una nuova fase, secondo lo studio: «È nata una generazione di piccoli campioni italiani, che hanno le carte in regola per provare a fare il grande passo e ad allargare i confini», evidenzia il managing partner di Clearwater.
Quale può essere la direttrice di questa nuova stagione di m&a? «L’Italia ha competenze eccellenti, ma oggi dopo tanta integrazione ci sono meno aziende contendibili», aggiunge Morfino. «L’Italia però è una grande fabbrica di competenze che può crescere all'estero comprando aziende che possano portare una base clienti e una cultura locale fondamentale per lo sviluppo del business».
Posto che l’internazionalizzazione del settore è stata favorita dal ruolo dei fondi, si pone ora un secondo ordine di problemi, come sottolinea Bassanino: «La maggior parte degli attori italiani si occupano di servizi informatici e non di software: ma quando si confrontano con i fondi di private equity e gli investitori istituzionali, questi chiedono una base di ricavi ricorrenti, ad esempio tramite licenze». Per questo ora molti operatori «si stanno spostando verso soluzioni verticali». Conclude Morfino: «La vera sfida adesso è quella di passare dal system integration puro a un sistema ibrido in cui si faccia una varietà di servizi, compresa una parte di software». (riproduzione riservata)