«Un anno fa ci credevano in pochi, mi dicevano che la cessione della rete si sarebbe risolta in un “lease back”, c’erano tante critiche. Ma, sudando e rischiando, abbiamo dimostrato che era la scelta giusta. Oggi siamo la telco meno indebitata d’Europa. E con la nuova customer platform, il cloud sovrano e la cybersecurity, stiamo costruendo il futuro di Tim. Attenzione, però: nel consumer si brucia cassa in tutta Europa. Serve il consolidamento. Anche per chi investe sulla fibra».
Pietro Labriola, ad di Tim, fa il primo bilancio sull’anno passato dall’addio ufficiale alla rete e, a ClassCnbc (video.milanofinanza.it), anticipa le strategie per il secondo tempo della grande trasformazione. Ha presentato mercoledi 6 i risultati dei primi sei mesi. Numeri in linea con le attese del mercato. «Siamo diventati una azienda noiosa, e questa è già un notizia», scherza. In effetti, nei tre anni e mezzo in cui ha guidato il gruppo, c’e’ stato poco da annoiarsi. Il cda paralizzato dallo scontro tra soci mentre il titolo si inabissava fino a 17 centesimi (oggi è tornato a 43), la guerra dei prezzi tra operatori, la gestione della operazione NetCo, fino alla uscita di Vivendi e l’ingresso di Poste Italiane, da marzo primo azionista con il 24,8%.
Domanda. Labriola, partiamo proprio da Poste. Come va l'avvicinamento?
Risposta. Innanzitutto, il primo effetto della loro entrata è stato il rialzo del titolo, passato da 29 a 43 centesimi. Per me questa è la prima, e più grande, sinergia già realizzata. Da marzo, infatti, il nostro piano e i nostri numeri non sono cambiati, ma il mercato ha apprezzato la stabilizzazione nell'azionariato. Non voglio togliere nulla ai nostri azionisti precedenti, ma per Vivendi la partecipazione era finanziaria. Poste è entrata nell'azionariato di Tim con una vista industriale e di lungo termine.
D. Quali saranno i prossimi passi?
R. Stiamo discutendo di tematiche commerciali. Abbiamo già annunciato che i servizi di Poste Mobile useranno la rete Tim. Dopo l'estate venderemo servizi di energia insieme, e poi ragioneremo su cosa d’altro potremo portare al mercato, valutando sempre che si tratti di partnership che creino valore per gli azionisti di entrambi I gruppi.
D. L’addio alla rete e’ avvenuto, tra le polemiche, a luglio dello scorso anno. Sicuro sia stata la scelta migliore?
R.Io ne ero certo da quando ho assunto la responsabilità della azienda. Nel 2022 facevamo 4 miliardi di euro di ebitda, e 3,3 miliardi di capex (investimenti). Ci avanzavano 700 milioni. Gli interessi sul debito pesavano per 1,2 miliardi. Perdevamo mezzo miliardo. Dovevamo rifinanziare 9 miliardi di debito in tre anni, che ci sarebbero costati altri 800 milioni di interessi aggiuntivi. Era una situazione insostenibile.
D. E ora?
R. Con la cessione della rete, adesso il debito è passato da oltre quattro volte l'ebitda a un obiettivo di meno di due volte a fine 2025. Già oggi siamo la telco europea con la leva più bassa e nel nostro piano al 2027 scendiamo potenzialmente a 1,1/1,3, riconquistando flessibilità finanziaria. Significa che avremo cassa per gli investimenti e torneremo a pagare il dividendo, con una remunerazione verso gli azionisti per circa 1,5 miliardi nei prossimi esercizi.
D. E’ andata meno bene a chi ha comprato la rete. Se Fibercop e Open Fiber facessero la fusione, voi incassereste fino a 2,5 miliardi di earn out. Lei, parlandone con gli analisti, ha citato un proverbio: tanto tuonò che piove.
R. Ogni giorno leggiamo di possibili scenari tra Fibercop e Open Fiber. Quindi, sulla base di quello che leggo, e della frequenza con cui se ne parla, ritengo che sia sempre più probabile. Dopodiché, avere un unico operatore infrastrutturale semplificherebbe anche il ritorno economico degli investimenti in fibra.
D. Sempre convinto che con Iliad si possa arrivare a una fusione?
R. Se avessimo fatto questa intervista nel 2022, anche solo parlare di market consolidation sarebbe stata un'eresia. Oggi questo è un trend europeo. In Spagna e Francia si sta cercando di passare da quattro a tre operatori. Noi pensiamo che questo sia il percorso per recuperare profittabilità anche in Italia.
D. Ma in concreto?
R. Dipenderà da come i diversi soggetti potranno interagire per arrivare a un merger. Noi siamo favorevoli al consolidamento del mercato Italiano perché vogliamo avere la possibilità di tornare a investire sulle infrastrutture, che sono alla base della digitalizzazione del paese e dell'Europa. Di sicuro non vogliamo fare nulla contro il consumatore, ma se le aziende non generano cassa, non possono reinvestire. L'Europa è il continente più indietro nello sviluppo del 5G di nuova generazione, quello stand alone a bassissima latenza, che abilita i servizi più innovativi come l'auto a guida autonoma.
D. Quindi, a proposito di latenza, che attesa si aspetta per un segnale su Iliad da Parigi?
R. Non lo so. So che leggo Le Figaro tutte le mattine, perché la Francia influenza le scelte della Unione Europea. Se Parigi spingesse l'Europa a rivedere i vincoli sul consolidamento di mercato, questo sarebbe importante per tutti. E leggo anche El Pais, perché in Spagna Telefonica sta valutando l'acquisizione del quarto operatore.
D. Intanto nei primi sei mesi dall’anno avete aumentato i prezzi su fisso e mobile. Significa che la guerra dei prezzi è finita e il mercato non si sfiancherà più a colpi di offerte?
R. Sì, penso che tutti gli operatori si muoveranno in questa direzione. Che non va demonizzata. In Italia abbiamo i prezzi piùRiv bassi del mondo. Il nostro Arpu (ricavi per utente) nel mobile è salito di 20 centesimi, neanche il costo della bustina di zucchero che mettiamo nel caffè. Oggi, in media, in Italia si può acquistare un servizio di telefonia mobile tra 8 e 10 euro. In Germania il prezzo è il triplo, negli Stati Uniti è cinque volte, in UK è quattro. Il risultato è che in Italia il settore brucia cassa. Se resta così è destinato al fallimento. Il che significa che non avremo reti moderne e digitalizzazione. E questo incide sulla competitività del sistema paese e dell'Europa.
D. In attesa del consolidamento, come reagite?
R. Migliorando la qualità del servizio al cliente e con una nuova strategia di customer platform.
D. Cosa significa?
R. Vuol dire vendere più cose ai nostri clienti e aprire ad altri la nostra customer base. Abbiamo cominciato anni fa con i contenuti. TimVision oggi è la seconda piattaforma nazionale a pagamento, subito dopo Sky per numero di clienti, ed è quella con la proposta più completa. Abbiamo ampliato il portafoglio di servizi con una offerta di energia per le pmi, in autunno estenderemo anche alle famiglie, in partnership con Poste. E stiamo accelerando. Ad esempio: tutti i clienti Tim oggi possono utilizzare gratuitamente per un anno un abbonamento a Perplexity, una delle principali start up di artificial intelligence.
D. In ottobre presenterete novità per il futuro di Tim Enterprise. Cosa può anticipare?
R. Parto da quello che è oggi. Nessuno immaginerebbe che, su oltre 3 miliardi di fatturato di Tim Enterprise, solo il 35% arriva dalla connettività. Due terzi, invece, da servizi di cloud, che hanno superato il miliardo di ricavi nel 2024 e crescono del 25% nel semestre, grazie anche al contributo del Polo Strategico Nazionale e dei servizi Ict. Tra tutte queste componenti la cyber security diventerà sempre più importante e noi siamo presenti con le tecnologie della nostra Telsy, una delle società più avanzate in Italia.
D. L’AI ha reso le minacce cyber sempre più insidiose. Come si proteggono imprese e privati?
R. La nuova sfida sta arrivando dal quantum computing, che sarà in grado di scardinare gli algoritmi di criptazione avanzati, come quelli che garantiscono la sicurezza dei nostri messaggi su Whatsapp. Entro il 2030 i sistemi di difesa saranno obsoleti. Quindi cosa bisognerà fare? Sviluppare nuove tecnologie di quantum security, sui cui noi siamo leader in Italia. Anche per proteggere il cloud. Di fronte alle sfide della geopolitica si comincia a impostare sistemi di cloud sovrano. Significa che la chiave di crittografia deve restare nelle mani di un soggetto che ha sede in Italia, e che risponda alle leggi del nostro paese.
D. Ma, Labriola, i giganti del cloud da cui dipendiamo sono tutti americani. E il presidente Trump potrebbe usare anche loro come arma verso l’Europa. Come si può parlare di cloud sovrano?
R. La risposta è già nel presente. Il Polo Strategico Nazionale (Psn) è il caso di maggiore successo in Europa di cloud sovrano, perché la tecnologia è gestita dagli hyperscaler americani, ma la chiave di crittografia è nelle mani di un'azienda italiana, Tim, che oggi ha anche un azionista al 25% che si chiama Poste. Questo è il percorso giusto e bisogna dare atto a questo governo di avere spinto sul Psn. Gli altri Paesi ci stanno seguendo in questa direzione. Non è un ritorno all'autarchia, ma una tutela degli interessi nazionali sui dati critici.
D. Dopo i risultati dei primi sei mesi, gli analisti vedono spazio per un rialzo delle stime. Che non è arrivato.
R. Su alcuni fronti, come ad esempio la generazione di cassa, a metà anno siamo leggermente più avanti delle nostre previsioni. Avremmo potuto alzare la guidance, ma, quando prendi un impegno con il mercato, poi l'importante è il rispettarlo. Siamo ottimisti sul fatto che la generazione di cassa e la situazione del debito potrebbero a fine anno essere migliori degli obiettivi, ma preferiamo essere prudenti.
D. Perchè?
R. Perché, a causa della sua storia, la nostra è un'azienda a cui non viene mai perdonato nessun errore. (riproduzione riservata)