
Con il piano industriale presentato 13 mesi fa, il ceo di Unicredit Andrea Orcel si proponeva di rilanciare l'attività commerciale di una banca che negli ultimi anni aveva perso smalto sul mercato italiano. I numeri del 2022 mostrano i primi risultati concreti di quella strategia, intrapresa in una fase carica di incertezze sia economiche che geopolitiche.
Il dato più appariscente è senza dubbio la crescita dei ricavi. Per dieci anni Unicredit, così come quasi tutte le principali banche europee, ha sofferto di risultati anemici dovuti soprattutto agli effetti delle politiche monetarie espansive. La raffica di incrementi dei tassi decisa dalla Bce nella seconda metà dell'anno ha impresso un'inversione di tendenza che, unitamente al rilancio della rete commerciale italiana (oggi affidata a Remo Taricani) hanno consentito ai ricavi di piazza Gae Aulenti di salire del 10% a 19,1 miliardi.
Oltre la metà di questo risultato (9,93 miliardi) viene dal margine di interesse che nei dodici mesi è balzato del 16% . Il dato complessiva, spiega la nota della banca, «supera la guidance per il 2022 e rispecchia la robusta crescita a basso assorbimento di capitale ed elevata redditività aggiustata per il rischio su tutte le aree geografiche a riprova della solida qualità dell’attivo». La crescita del margine di interesse ha peraltro compensato la debolezza delle commissioni che hanno risentito di minori fees di finanziamento, in quanto i mercati dei capitali hanno subito l’impatto negativo dalla volatilità e delle commissioni sui prestiti hanno subito un rallentamento, soprattutto in Germania, oltre al lieve decremento delle commissioni da servizi transazionali per effetto della stagionalità.
Uno dei pilastri del piano era il miglioramento costante della qualità dell'attivo su cui già molto la banca aveva lavorato negli anni precedenti. Il rapporto tra esposizioni deteriorate nette e totale crediti netti è all’1,4%, mentre il costo del rischio (cioè il rapporto tra il fondo rischi su crediti e gli rwa) si è attestato a 56 punti base nel quarto trimestre, rispecchiando un approccio proattivo alla classificazione e all'accantonamento. Per l'intero anno il dato è rimasto al di sotto della guidance a 23 punti base, mentre gli overlay totali sul portafoglio performing (cioè gli accantonamenti prudenziali) sono aumentati attestandosi a 1,8 miliardi nel quarto trimestre, rafforzando in modo significativo la capacità del gruppo di assorbire gli shock macroeconomici.
Il capitale negli ultimi mesi è stato sotto la lente del regolatore che a dicembre ha innalzato il requisito minimo di Pillar 2 di Unicredit nell’ambito dello Srep. I parametri sono comunque superiori alle richieste della vigilanza. Il Cet1 contabile 2022 è al 16%, mentre quello pro-forma per la distribuzione al 14,9%, in rialzo di 78 punti base anno su anno, «grazie ad una generazione organica di capitale record pari a 279 punti base, dimostrando progressi significativi in termini di redditività ed efficientamento del capitale», spiega la banca.
Come annunciato da Orcel, il processo di derisking in Russia continua. L’esposizione cross-border è stata ridotta nel corso dell’anno, a costi minimi, complessivamente del 66% circa, ovvero di circa 4,1 miliardi, «grazie ad azioni proattive e disciplinate. UniCredit è impegnata a mantenere un progressivo approccio di de-risking», spiega il comunicato. Proprio la vicenda Russia (dove oggi piazza Gae Aulenti è il principale istituto occidentale operante) è stata nei mesi scorsi al centro del confronto tra la banca e la Bce. La Vigilanza di Francoforte sta infatti chiedendo alle banche sforzi ulteriori che arrivino a neutralizzare il rischio verso Mosca. Una richiesta ragionevole? Dipende. Grazie all'effetto cambio nel 2022 per Unicredit i ricavi nel paese sono saliti dell'88% 1,25 miliardi di euro. Le sanzioni e i paletti posti dal Cremlino rischiano inoltre di trasformare una vendita in un salasso per la banca e i suoi azionisti.
Se il fulcro del piano di Orcel resta l'Italia (dove nel 2022 Unicredit ha realizzato ricavi per oltre 9 miliardi), un contributo importante continua ad arrivare dalla Germania. I risultati di bilancio segnalano però che nell'ultimo trimestre dello scorso anno il mercato tricolore è andato meglio di quello tedesco: i ricavi sono infatti saliti del +26,1% contro il +19,4% registrato dalla Germania. (riproduzione riservata)