Il prezzo del petrolio ha ripreso a correre. Le preoccupazioni sulla fornitura di greggio a livello internazionale, dopo la decisione di settimana scorsa dell'Opec e della Russia di mantenere in vigore i tagli almeno fino a dicembre, hanno dato slancio alle quotazioni del greggio, che mercoledì 13 ha toccato i massimi da 10 mesi, per poi continuare a salire nei giorni successivi, con il Brent e il Wti che venerdì 15 hanno entrambi superato la soglia dei 90 dollari al barile. È una fiammata temporanea o un trend destinato a continuare? Sulle prospettive del petrolio pesano anche le attese dal lato della domanda, e in particolare quelle della Cina, il maggiore importatore di oro nero, perché un indebolimento dell'attività industriale del gigante asiatico si ripercuote fatalmente sul resto del mondo, ma come fa notare Violeta Todorova, senior research analyst di Leverage Shares «nei loro ultimi rapporti, l'Aie e l'Opec sono rimasti ottimisti sulla domanda cinese per il resto del 2023». In particolare l'Aie stima che la domanda globale per il 2023 crescerà di 2,2 milioni di barili al giorno, mentre l'Opec prevede un aumento di 2,44 milioni di barili al giorno.
Gli specialisti di Société Générale ritengono che la quotazione del greggio possa toccare 100 dollari al barile entro la fine dell’anno. È un’ipotesi realistica per Livio Spadaro, portfolio manager di Frame Am, perché :«L’arrivo della stagione fredda può giocare un ruolo in questo senso come accadde nell’inverno 2021 in cui venti particolarmente freddi nel Nord America spinsero la domanda di distillati per il riscaldamento e al contempo obbligarono alla temporanea chiusura degli impianti di produzione in alcune aree degli States e del Canada». Anche l’Europa, se la stagione sarà particolarmente rigida, potrà incorrere in problemi di approvvigionamento, viste anche le sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina. «Tralasciando questo aspetto, l’eventuale ripresa cinese sospinta dagli stimoli monetari e fiscali delle autorità locali, la domanda globale resiliente, lo sbilancio delle riserve petrolifere americane e la ridotta offerta di Arabia Saudita e Russia rappresentano driver più importanti del fattore stagionale» spiega Spadaro.
I tagli alla produzione da parte dei membri dell'Opec+, pari a oltre 2,5 milioni di barili al giorno dall'inizio del 2023, sono stati finora compensati da maggiori forniture da parte dei produttori non Opec. Ma a partire da settembre, la perdita di produzione dell'Opec+ dovrebbe innescare una significativa carenza di offerta per il resto del 2023. Con inevitabili ripercussioni sul prezzo. I continui tagli all'offerta mettono infatti in ombra le preoccupazioni sul rallentamento della crescita globale e l'aumento delle scorte statunitensi. La domanda globale sta raggiungendo un nuovo massimo storico di oltre 102 milioni di barili al giorno e le prospettive di ripresa economica in Cina sono in crescita. Per l’analista di Leverage Shares: «I futures sul greggio Usa potrebbero salire a 100 dollari al barile e quelli sul Brent a 104 dollari». La storia ha tuttavia dimostrato che i livelli superiori a 90 dollari per il brent e a 85 dollari per il greggio non sono sostenibili per lunghi periodi di tempo.
Con quali conseguenze per la crescita e i mercati azionari? L’effetto più diretto è che l’elevato prezzo del petrolio, se perdurasse a lungo, porterebbe a rivedere al rialzo le stime sull’inflazione e quindi indurrebbe le Banche centrali a proseguire sulla linea di una politica monetaria restrittiva. A sua volta questo avrebbe un impatto sulle proiezioni di crescita economica e modificherebbe le valutazioni prospettiche delle azioni. In una strategia di portafoglio selettiva, gli strategist di Société Générale, consigliano quindi di favorire nel prossimo trimestre i titoli petroliferi e di adottare un approccio prudente sui listini azionari. (riproduzione riservata)