Il vecchio adagio dei mercati finanziari, «Sell in May and go away», continua a godere di credito presso alcuni investitori, nonostante il suo scarso valore predittivo. Ma chi ha venduto a maggio si è perso un rally storico.
Secondo i dati raccolti da FactSet e analizzati da Ryan Detrick, chief market strategist del Carson Group, l’S&P 500 è destinato a chiudere il miglior maggio degli ultimi 35 anni, con un rialzo del 6,2%. Un ulteriore impulso potrebbe arrivare dalla sospensione dei dazi generici voluti da Trump, dopo il blocco imposto dalla Corte del Commercio Internazionale, sebbene una successiva sospensiva da parte di una Corte federale giovedì 29 maggio abbia rimesso tutto in discussione.
E questo maggio non è un’eccezione isolata: negli ultimi 12 anni, l’S&P 500 ha chiuso in calo a maggio una sola volta, nel 2019, proprio in corrispondenza di un’altra impennata protezionistica da parte dell’allora presidente Trump. In quell’occasione l’indice perse il 6,6%, ma recuperò rapidamente, chiudendo l’anno con un +28,9%.
Tornando al 2025, anno in cui dazi, guerre commerciali e tensioni con la Cina restano temi centrali per il sentiment di mercato, l’economia è nuovamente guidata da Trump. Eppure, l’andamento di quest’anno è l’esatto opposto rispetto al 2019.
Dal 1950 in poi, ogni qualvolta il mese di maggio ha registrato guadagni superiori al 5%, il mercato non è mai sceso nei successivi 12 mesi. In media, ha anzi messo a segno un rialzo del 20%, secondo i dati di Detrick.
«Non c’è mese migliore di maggio per prevedere i rendimenti futuri,» ha dichiarato Detrick alla Cnbc. «Di solito maggio non è così forte, quindi questo è un altro segnale che il mercato vuole salire.»
Tuttavia, non mancano i venti contrari. Oltre alle incertezze legate ai dazi, ai vigilanti fiscali e al cosiddetto «sell America trade», che ha colpito il dollaro e fatto salire i rendimenti dei Treasury, comincia a pesare anche il tema delle valutazioni.
Secondo Bank of America, il valore mediano dei titoli dell’S&P 500 è oggi superiore del 10% alla media storica. L’indice stesso scambia a premio rispetto alle medie storiche su tutti e 20 i parametri monitorati dalla banca.
Guidati da Savita Subramanian, gli strategist di BofA stimano un rapporto prezzo/utili prospettico di 20,1 — circa il 26,2% al di sopra della media di lungo termine. Un multiplo elevato che potrebbe rivelarsi oneroso nel caso di un rallentamento degli utili.
Per ora, però, i fondamentali reggono. Nonostante la seconda stima del pil del primo trimestre suggerisca una contrazione, il modello GDPNow della Fed di Atlanta prevede una crescita del pil nel trimestre in corso intorno al 2,2%.(riproduzione riservata)
