Generali «deve restare italiana, indipendente e internazionale». E, nei suoi 200 anni di storia, la compagnia assicurativa italiana «non è mai stata così forte come oggi». Il riassetto di Delfin (socio di Generali con il 10%) «non ha alcun effetto sull'operatività del gruppo» mentre, per quanto riguarda Unicredit (che è salita verso il 9% salita, puntando al 10%) «la partnership tra Generali e la banca va bene (in alcuni Paesi dell’Est Europa, ndr)». E «la speranza è che ci saranno possibilità di ulteriori sviluppi, sia nel campo assicurativo sia del risparmio gestito», mentre l’accordo con i francesi di Natixis appare definitivamente archiviato «perché non ci sono le condizioni».
A dichiararlo al Senato, in occasione dell’audizione davanti alla Commissione d'inchiesta sulle banche presieduta da Pierantonio Zanettin, è stato il ceo di Generali, Philippe Donnet. Il manager ha aggiunto che le Generali «hanno la fiducia di tutti o di quasi tutti i nostri azionisti» senza dettagliare quali sarebbero gli azionisti che mancano di fiducia nell'operato del management (anche se il pensiero è andato a Francesco Gaetano Caltagirone, azionista all’ultima assemblea con il 6,26%, che in passato aveva chiesto discontinuità).
Donnet ha rimarcato il fatto che il 70% del capitale sia italiano, con circa il 19% composto da azionisti retail, ossia circa 150 mila piccoli investitori privati. «Ciò significa che un quinto del capitale del gruppo è in mano a famiglie italiane che, nel tempo, hanno riposto e continuano a riporre in Generali una fiducia costante. Una prova tangibile della lungimiranza della strategia del gruppo e della qualità del lavoro svolto, capaci di generare valore non solo attraverso l’apprezzamento del titolo in borsa, ma anche tramite una politica di dividendi competitiva, sostenibile nel tempo, solida e riconosciuta per continuità e crescita», ha aggiunto. I dividendi cumulati nell'ultimo decennio hanno raggiunto 2,5 miliardi, crescendo anno dopo anno. La cedola del bilancio 2015, «l’ultimo prima della mia entrata in carica come amministratore delegato del gruppo, era stato di 72 centesimi», ha sottolineato Donnet, «meno della metà rispetto a quello attuale (1,64 euro per azione, ndr)» e «i primi dati del 2026 sono coerenti con il piano».
Il group ceo ha quindi ricordato il ruolo di Generali Italia, «il nostro mercato principale» dove «lavorano oltre 14mila colleghe e colleghi», mentre «oltre 40mila collaboratori sono impegnati nelle nostre reti commerciali presenti su tutto il territorio», ha detto, aggiungendo che il gruppo è sempre pronto «a contribuire attivamente al rafforzamento della stabilità, della fiducia e della solidità del sistema finanziario e assicurativo italiano. Ne è stato un esempio l’impegno nel salvataggio di Eurovita, che ci ha visti unire le forze con istituzioni e operatori di mercato primari per tutelare milioni di risparmiatori».
ll gruppo «porta con orgoglio la bandiera italiana nel mondo e deve restare italiana, indipendente e internazionale», ha continuato Donnet, ricordando che nell'ultimo decennio Generali «ha effettuato acquisizioni per 8,3 miliardi dimostrando che la crescita industriale, se ben governata, porta creazione di valore sostenibile per l'impresa e la collettività». Per quanto riguarda Banca Generali (di cui il 50,17% è in mano al Leone), dicendosi molto soddisfatto ha aggiunto che tutte le opzioni restano aperte: «potremmo continuare a collaborare non essendo azionista di controllo, o piuttosto realizzare una maggiore integrazione nel gruppo, oppure un accordo di bancassurance con un altro attore, ma oggi non c’è nulla sul tavolo», ha concluso. (riproduzione riservata)