Uno degli annosi problemi dell'economia italiana è l'assenza di crescita della produttività del lavoro da metà degli anni 90 a oggi. Se la produttività non aumenta, non possono aumentare né i salari né il tenore di vita. Rispetto ad altri Paesi avanzati, la cui produttività media è continuata a crescere, l'Italia è un'eccezione. Cosa è successo in Italia di diverso negli ultimi 30 anni? Tanti fattori hanno contribuito, dall'assenza di un sufficiente livello di competizione alla mancata adozione di nuove tecnologie da parte delle imprese italiane. E le riforme del mercato del lavoro? Possono essere queste degli ulteriori fattori che hanno bloccato la crescita della produttività?
È questa la tesi promossa da un recente studio di Eran Hoffmann (Hebrew University of Jerusalem, dipartimento di Economia), Davide Malacrino (Fmi) e Luigi Pistaferri (Stanford University, dipartimento di Economia), pubblicato lo scorso novembre sulla rivista specialistica Quantitative Economics (il titolo del paper èEarning dynamics and labor market reforms: The Italian case). Utilizzando dati Inps, gli autori mostrano come l'introduzione di contratti di lavoro part time e a tempo determinato di vario tipo sia associato a una riduzione dell'insieme di competenze e abilità del lavoratore medio.
Lo studio si concentra sul periodo dal 1985 al 2016, in cui si sono susseguite una serie di riforme del mercato del lavoro, partendo dal Patto Sociale del 1993 al Jobs Act del 2015, passando per le riforme Treu, Biagi, Fornero, e il decreto Poletti. Lo studio non emette nessun giudizio su queste riforme e considera unicamente l'introduzione di contratti di lavoro part time e a tempo determinato (intendendo qui qualsiasi tipo di contratto diverso da quello a tempo indeterminato). Indubbiamente entrambi i tipi di contratto sono diventati via via più diffusi: nel 1985 quasi nessuno aveva un contratto part-time, mentre nel 2016 il 30% dei lavoratori lo aveva. In maniera simile, la quota di lavoratori a tempo determinato è passata dall'8% nel 1998 al 18% nel 2016.
A questa diffusione di nuovi contratti si è accompagnata una progressiva riduzione delle settimane lavorate in media e del tempo trascorso da un lavoratore all'interno di un'impresa. In media un trentacinquenne aveva lavorato da poco meno di 8 anni nel 1995. Questo numero è progressivamente sceso fino ad arrivare a meno di 7 negli anni successivi al 2000. Lo stesso andamento si registra per l'esperienza accumulata nel posto di lavoro corrente. Nel 1995, il tipico o la tipica trentacinquenne avevano cominciato a lavorare nel posto di lavoro corrente circa 5 anni prima, mentre da dopo il 2000 questo numero è sceso a quasi 4 anni.
Quali sono le conseguenze di questa riduzione dell'esperienza lavorativa associata ai nuovi contratti? Una riduzione del capitale umano accumulato dai lavoratori, è la risposta dello studio. Per capitale umano, gli economisti descrivono quell'insieme di competenze, conoscenze, e abilità che i lavoratori accumulano nel tempo. Come con macchinari e tecnologie (il capitale più tradizionale) maggiore è il capitale umano, maggiore è la produttività (e, in genere, i salari) del lavoro.
Come si può aumentare il capitale umano? L'esempio classico è l'istruzione: conseguire una laurea, per esempio, comporta l'acquisizione di conoscenze e abilità che aumentano il proprio capitale umano e, di conseguenza, il valore di quanto si produce. Il capitale umano si accumula anche sul posto di lavoro. Infatti, è spesso solo sul posto di lavoro che si impara, in pratica, a svolgere una certa professione e a migliorare la propria prestazione. In aggiunta, quello che si impara sul posto di lavoro può essere specifico, come imparare a relazionarsi con certi colleghi o come funziona la burocrazia aziendale.
Questi modi per aumentare il proprio capitale umano sono significativamente ridotti con i contratti part time e a tempo determinato. Poiché le settimane lavorate sono inferiori, l'insieme di conoscenze e abilità accumulato nel tempo da lavoratori part time e a tempo determinato è inferiore a quello che questi stessi lavoratori avrebbero accumulato se avessero avuto contratti a tempo pieno e indeterminato. Inoltre, gli investimenti in formazione sul posto di lavoro sono ridotti per quei lavoratori con contratti temporanei.Il risultato della ricerca è importante in quanto mette in risalto il fatto che nuove riforme sul mercato del lavoro devono necessariamente fare i conti con il fatto che la flessibilità in entrata sembra avere un impatto negativo sulla crescita della produttività. (riproduzione riservata)
*professore associato di Economia Internazionale, Aarhus University (bio Linkedin)