La decisione degli Stati Uniti, presa a marzo, di istituire una riserva strategica in bitcoin ha acceso un intenso dibattito a livello globale sul ruolo che questa criptovaluta può svolgere all'interno delle riserve valutarie nazionali. Ciò che sorprende è la varietà dei contesti coinvolti: non si tratta soltanto di economie avanzate o di mercati emergenti, ma anche di Paesi del Sud Globale, comprendenti sia democrazie che regimi autoritari, che stanno esplorando modalità differenti per integrare bitcoin nelle proprie riserve, accanto a oro e valute estere.
Il fatto che anche governi tradizionalmente conservativi inizino a includere bitcoin tra le riserve, accanto a beni consolidati come oro e valute fiat, segnala un cambiamento di prospettiva profondo. Questo interesse si spiega soprattutto con alcune proprietà strutturali dell’asset: tra tutte, l’offerta massima fissa di 21 milioni di unità, un limite non alterabile politicamente, a differenza delle valute tradizionali o persino dell’oro.
Dalla sua introduzione nel 2009, inoltre, l’inflazione annua di bitcoin è infatti scesa dal 50% allo 0,83%, mentre le fiat oscillano tra il 2% e il 5%, con punte ben superiori nei Paesi soggetti a iperinflazione come il Venezuela.Nello stesso periodo, il rendimento medio annuo del bitcoin è stato del 165% contro il 7,6% dell’oro, rafforzandone ulteriormente l’attrattiva come riserva.
Tra il 2020 e il 2024, l’inflazione negli Stati Uniti è aumentata di circa il 20%, mentre nello stesso periodo bitcoin ha registrato una crescita superiore al 1.000%. Questo dato, tutt’altro che casuale, spiega l’interesse crescente per asset capaci di offrire una difesa concreta contro la svalutazione monetaria.
Pur essendo noto per la sua volatilità, bitcoin presenta una correlazione molto debole con le classi di investimento tradizionali: proprio per questo, anche una sua allocazione contenuta, pari al 4% in un portafoglio, può contribuire a migliorarne significativamente il profilo rischio/rendimento, come suggeriscono diverse simulazioni condotte da banche centrali.
A ciò si aggiunge la funzione strategica che il bitcoin può svolgere nel contesto geopolitico internazionale, in particolare per quanto riguarda la protezione contro le sanzioni.
Trattandosi di un bene non confiscabile e privo di un’autorità centrale che ne controlli l’emissione o il trasferimento, il bitcoin garantisce un margine di flessibilità commerciale difficilmente replicabile da altri asset, anche in situazioni di crisi o collassi valutari, come accaduto in occasione del crollo della Silicon Valley Bank nel marzo 2023: in quel contesto, mentre le azioni bancarie statunitensi perdevano il 25% del loro valore, il prezzo del bitcoin è aumentato del 40% nel giro di due settimane.
Detenere bitcoin, infine, rappresenta anche un segnale di credibilità tecnologica: comunica una volontà di innovazione e rafforza la reputazione del Paese in un panorama finanziario in trasformazione, come dimostra il caso di El Salvador, che con l’adozione del bitcoin nel 2021 è finito al centro dell’attenzione della comunità tecnologica globale.
Nel complesso, i benefici derivanti dall’inclusione di bitcoin come riserva strategica superano i potenziali rischi. Per gli Stati che intendono rafforzare la propria resilienza economica nell’attuale contesto digitale, bitcoin offre una soluzione concreta, in grado di proteggere dall’inflazione, di fornire una diversificazione reale e di aggirare vincoli geopolitici sempre più stringenti. Le recenti iniziative statunitensi, le proposte legislative in Brasile e le analisi in corso in Russia ne sono testimonianza diretta: la competizione per assicurarsi una quota del limitato stock di bitcoin è ormai iniziata.(riproduzione riservata)