L’impatto dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump è stato finora contenuto, soprattutto grazie alle strategie che le aziende hanno adottato dietro le quinte per farvi fronte.
Molte imprese hanno iniziato ad importare prodotti da paesi a costi più bassi e a riclassificare le importazioni in modo da usufruire dei dazi zero previsti dall’accordo tra Stati Uniti, Messico e Canada (UsMCa). Al contempo, hanno tagliato i costi interni per mantenere la flessibilità finanziaria necessaria ad assorbire i dazi senza intaccare la redditività, sebbene ci siano alcune eccezioni.
Il risultato è che i margini complessivi delle aziende restano elevati e i consumatori sono stati in gran parte protetti da aumenti dei prezzi.
Quanto potrà durare questa situazione non è chiaro. Il consenso crescente tra le direzioni aziendali è che i dazi siano destinati a restare, ma consulenti e legali avvertono che le imprese non sono pronte a ristrutturare le catene di approvvigionamento o a investire massicciamente negli stabilimenti statunitensi, fino a quando non ci sarà maggiore chiarezza sulle politiche commerciali.
Nonostante i dazi siano in prima pagina da mesi, molti sono entrati in vigore solo di recente, con scadenze prorogate per favorire accordi commerciali. Secondo Barclays, solo la metà delle merci importate negli Stati Uniti è oggi soggetta a dazi, anche se l’amministrazione continua ad aggiungerne di nuovi, recentemente su alcuni prodotti farmaceutici, mobili e camion pesanti.
Alcune grandi aziende hanno già quantificato l’impatto: General Motors stima 5 miliardi di dollari di costi dovuti ai dazi quest’anno, Caterpillar fino a 1,5 miliardi e Apple prevede 1,1 miliardi di perdite nel quarto trimestre, dopo gli 800 milioni del trimestre di giugno.
Nel complesso, però, l’analisi delle trimestrali del secondo trimestre mostra che meno del 10% delle aziende statunitensi prevede un impatto significativo dei dazi sui profitti, mentre un altro 28% segnala un effetto «modestamente negativo», secondo gli strategisti globali di Hsbc. I margini netti, indicatore chiave per capire se le aziende assorbono i costi o li trasferiscono sui clienti, sono ai massimi da quattro anni.
Parte del motivo della limitata incidenza dei dazi è che settori di punta come tecnologia, comunicazioni e finanza ne risentono poco, spiega Nicole Inui, responsabile della strategia azionaria per le Americhe di Hsbc. Al contrario, nei settori più colpiti, come i beni di consumo essenziali, quasi l’80% delle conference call con gli analisti ha menzionato gli impatti negativi dai dazi, con effetti già visibili.
Ad esempio, Signet, retailer di gioielli, ha dichiarato durante la trimestrale di cercare di minimizzare l’impatto dei dazi collaborando con i fornitori per produrre quanto più possibile negli Stati Uniti. Con l’India soggetta a dazi del 50% sulle esportazioni, l’azienda utilizzerà scorte esistenti, sposterà parte della produzione altrove, rivaluterà prezzi e promozioni e farà ricorso a magazzini doganali per stoccare la merce fino al bisogno.
Molte aziende puntano su misure «facili» per ridurre costi ed esposizione ai dazi: dedurre le spese di trasporto internazionale, evitare dazi su costi di garanzia già inclusi nel prezzo e ridurre il prezzo unitario ripensando royalties e design dei prodotti, spiega Laura Rabinowitz, avvocato specializzato in commercio internazionale.
I legali internazionali dedicano tempo a interpretare le regole di origine, cioè quanto di un prodotto deve essere prodotto o trasformato in un paese per avere diritto a tariffe agevolate. Questo sta spingendo alcune aziende a ridisegnare prodotti o sostituire fornitori per certi componenti.
Tuttavia, le aziende restano caute: le regole di origine saranno un punto centrale nelle revisioni dei trattati UsMCa e dei nuovi accordi con paesi del Sud-est asiatico, come il Vietnam, dove i dettagli sui dazi sulle merci “transshipped” sono ancora scarsi.
Alcune imprese hanno istituito command center dedicati per gestire la complessità, con team di strategia, operazioni, approvvigionamenti, compliance e commerciale insieme, al fine di monitorare l’impatto, seguire i concorrenti, adeguare prezzi e le forniture in tempo reale. Secondo Marc Gilbert, leader del Bcg Center for Geopolitics, i centri più avanzati sfruttano l’intelligenza artificiale per simulare scenari e reagire rapidamente.
L’insegnamento è chiaro: le aziende devono diventare più efficienti, e il mondo delle supply chain senza attriti che serviva gli Stati Uniti negli ultimi decenni è ormai passato; la direzione sarà probabilmente a blocchi regionali.
Secondo i sondaggi Bcg, oltre tre quarti dei produttori privilegiano il taglio dei costi su altre misure. Anche durante le conference call trimestrali, aziende come Caterpillar, Lowe’s e Lululemon hanno confermato tagli alla spesa discrezionale, diversificazione dei fornitori e negoziazioni sui prezzi per mitigare l’impatto dei dazi.
Alcune imprese stanno adottando approcci simili a quelli dei governi che cercano di “comprare” esenzioni, con investimenti o ordini plurimiliardari, cercando di portare i propri ceo davanti a Trump per favorire incontri strategici. A differenza del primo mandato, dove le esenzioni erano gestite tramite processi formali, l’amministrazione punta ora a accordi che generino benefici economici diretti per il governo, secondo Beacon Policy Advisors. Nonostante ciò, legali e consulenti prevedono ulteriori difficoltà: i dazi persistenti richiederanno misure più profonde, compresa la ristrutturazione delle reti commerciali globali.
Secondo le stime dell’Ocse, l’impatto effettivo dei dazi, calcolato intorno al 19,5%, deve ancora manifestarsi completamente. Finora, la crescita statunitense è stata protetta dagli stock accumulati prima dell’entrata in vigore dei dazi e dai margini di profitto elevati che hanno permesso alle aziende di assorbire l’impatto senza aumentare subito i prezzi. L’Ocse prevede una crescita dell’1,8% quest’anno e dell’1,5% il prossimo, in calo rispetto al 2,8% del 2024.
Gli investitori devono quindi tenere d’occhio i profitti aziendali: potrebbe arrivare il momento in cui le imprese non riusciranno più a gestire i dazi senza intaccare i margini, ma per ora siamo ancora lontani da quella soglia.(riproduzione riservata)
