Dopo la cavalcata del 2024, quando il suo valore è cresciuto del 27%, l’oro ha ancora fiato per correre. A pensarlo sono i grandi banchieri di Wall Street, intervistati dal Financial Times. In media, le risposte pervenute al giornale britannico hanno permesso di stimare per fine 2025 una quotazione del lingotto a 2.795 dollari l’oncia, a un passo dalla soglia di 2.800 dollari superata una sola volta in tutta la storia, alla fine di ottobre dello scorso anno.
D’altronde, i banchieri americani pensano che tutti i fattori che hanno spinto la corsa del metallo lo scorso anno possano essere decisivi anche nei prossimi mesi. A cominciare da quello più importante: il boom di acquisti da parte delle banche centrali globali, dei Paesi emergenti in primis, che stanno accumulando riserve d’oro per diversificare rispetto al dollaro americano. Negli ultimi mesi il fattore banche centrali è stato decisivo: solo tra gennaio e settembre hanno acquistato 694 tonnellate di metallo giallo.
Questa dinamica, ricorda l’FT, è in atto da quanto gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni su vasta scala alla Russia post-invasione dell’Ucraina, a partire dal febbraio del 2022.
Altri tre elementi concorreranno, a parere degli esperti, all’apprezzamento del lingotto. Primo, i tagli ai tassi di interesse da parte della Fed, che hanno giù contribuito alla crescita del metallo già nella seconda parte del 2024. Secondo, le tensioni geopolitiche persistenti in Ucraina e Medio Oriente: il metallo giallo è infatti, per sua natura, considerato come un bene rifugio da acquistare quando si verificano periodi di incertezza di mercato o volatilità. Terzo, l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca: secondo gli esperti le sue promesse in campagna elettorale, se implementate, porteranno giocoforza a un aumento del debito americano, con la possibilità che si verifichino «un indebolimento del dollaro e una maggiore inflazione», ha detto il responsabile globale del trading di Heraeus Precious Metals, Henrik Marx, che ha ipotizzato che l’oro possa arrivare fino a 2.950 dollari. Tutte queste condizioni, laddove si verificassero, rappresenterebbero secondo Marx «una buona combinazione per il metallo».
Quanto alle singole banche intervistate, la più positiva sull’andamento del lingotto è Goldman Sachs, che si aspetta una quotazione di 3.000 dollari l’oncia a fine anno. La banca d’affari ha citato tra i fattori del rally «la domanda delle banche centrali e le aspettative di tagli ai tassi da parte della Federal Reserve». Dall’altro lato della barricata, a vedere un indebolimento dell’oro fino a 2.500 dollari (-4% rispetto ai livelli attuali) sono state Barclays e Macquarie. Gli analisti di quest’ultima, in particolare, hanno specificato che il lingotto «dovrebbe essere inizialmente sotto pressione a causa della forza del dollaro Usa, ma dovrebbe anche essere sostenuto da un incremento di acquisti di metallo fisico e domanda del settore pubblico stabile».
Dal canto suo il World Gold Council, l’associazione che riunisce alcune delle più grandi società estrattrici al mondo, si aspetta per quest’anno un andamento «positivo ma molto più modesto» rispetto al 2024. (riproduzione riservata)