A sei mesi dalla fusione tra Kramer Levin e Herbert Smith Freehills, il colosso internazionale ha completato la fase di integrazione ed è pronto a raccogliere i frutti del piano di crescita. L’unione ha segnato per la sede italiana il passaggio definitivo a una piattaforma globale: lo studio così come è costituito oggi nasce dall’integrazione della law firm inglese nel 2012 con l’australiana Freehills e adesso con la statunitense Kramer Levin. La sede italiana, aperta nel gennaio 2018, è guidata sin dall’inizio da Laura Orlando, adesso al terzo mandato come managing partner. «In Italia stiamo completando la costruzione di una law firm full service, con solide fondamenta in corporate, banking & finance e dispute resolution», spiega.
Accanto a practice già consolidate come proprietà intellettuale, life sciences, tech ed energia, lo studio sta lavorando per potenziare il contenzioso societario e finanziario. Il recente ingresso di Emanuela Da Rin come head of banking & finance, con un team di quattro professionisti e ulteriori risorse in arrivo, ha rafforzato un’area chiave.
L’obiettivo è ora ampliare la law firm con lateral hire chirurgici e di alto profilo già in vista, e sviluppare practice complementari a quelle core. «Non vogliamo diventare enormi in termini di numeri, ma sufficientemente grandi per continuare a essere credibili e offrire servizi completi, mantenendo il nostro posizionamento alto e la capacità di lavorare su operazioni sofisticate e cross-border», sottolinea Orlando, che ricopre anche il ruolo di Emea head of life sciences dal 2019.
Oggi Hsf Kramer conta nove partner in Italia, cinque of counsel e una senior European Trademark & Design Attorney. La fusione ha già aperto corridoi di collaborazione cross-border tra Italia, Stati Uniti, Regno Unito ed Emea, rendendo lo studio più competitivo su incarichi complessi nei settori tech e finance. Un modello di crescita misurata ma ambiziosa, che unisce competenza locale e respiro globale. (riproduzione riservata)