Un giudice federale ha bloccato temporaneamente il giro di vite imposto dall’amministrazione Trump alla presenza di studenti stranieri sul campus di Harvard.
La giudice Allison Burroughs ha, infatti, sospeso con effetto immediato la decisione dell’amministrazione del presidente Donald Trump di vietare l’iscrizione di studenti stranieri all’università di Harvard, accogliendo il ricorso presentato proprio il 23 maggio dall’ateneo dopo la decisione dell’Homeland Security.
L’ordine restrittivo temporaneo resterà in vigore almeno fino alla prossima udienza sul caso, ritenendo che l’entrata in vigore del divieto durante il contenzioso «avrebbe causato un danno immediato e irreparabile» all’istituzione accademica.
La sentenza, certo, non risolve definitivamente la questione, ma permette ad Harvard di continuare, per ora, ad accettare studenti internazionali e rappresenta un nuovo ostacolo per gli sforzi dell’amministrazione Trump di limitare l’autonomia delle università considerate vicine a posizioni liberali.
Secondo l’università il bando rappresenterebbe una «ritorsione» da parte del governo per il rifiuto di Harvard di sottomettersi ad una presunta ingerenza federale su curriculum, docenti e composizione del corpo studentesco.
«La revoca dei diritti di iscrizione agli studenti stranieri rientra in una serie di azioni governative volte a punire Harvard per il suo rifiuto di rinunciare all’indipendenza accademica e di sottostare al controllo illegale dell’esecutivo», ha dichiarato il presidente ad interim dell’università, Alan Garber.
La controversia è esplosa dopo che il 22 maggio il dipartimento per la Sicurezza interna aveva ordinato all’università di fornire entro 72 ore i dati sugli studenti stranieri iscritti, vietando al contempo nuove iscrizioni e disponendo il trasferimento o il rimpatrio degli studenti internazionali già presenti.
La segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, ha difeso la misura, affermando che si tratta di un «avvertimento a tutte le altre università affinchè si rimettano in riga», accusando Harvard di «favorire violenza, antisemitismo e collaborare con il Partito comunista cinese all’interno del proprio campus».
Nella sua causa legale, Harvard, da parte sua, ha dichiarato di aver fornito tali informazioni il 30 aprile, e di aver inviato ulteriori dati il 14 maggio in risposta a una richiesta di chiarimenti.
La segretaria Noem ha ritenuto che la risposta di Harvard fosse insufficiente e ha revocato la certificazione dell’università al programma per i visti studenteschi.
Harvard ha dichiarato il 23 maggio, nella sua causa, che la revoca è illegale.
«Non esiste alcuna giustificazione legale per la revoca senza precedenti della certificazione SEVP di Harvard, e il governo non ne ha fornita alcuna», ha affermato l’università.
Non è la prima volta che l’università di Harvard si trova al centro del confronto tra l’amministrazione Trump e il mondo accademico. Negli ultimi mesi, la Casa Bianca ha intensificato gli attacchi contro istituzioni di istruzione superiore considerate ostili all’agenda dell’esecutivo.
Harvard ospita circa 7mila studenti internazionali – oltre il 25% del corpo studentesco – e fa affidamento sulle loro tasse universitarie, che spesso coprono l’intero importo. L’amministrazione Trump ha già ritirato miliardi di dollari in fondi per la ricerca federale destinati all’università e ha minacciato di revocare il suo status di esenzione fiscale, citando preoccupazioni riguardo all’antisemitismo e alle politiche Dei (Diversità, Equità e Inclusione).
L’ateneo della Ivy League è in conflitto con l’amministrazione Trump da marzo, quando il governo ha annunciato una revisione di quasi 9 miliardi di dollari in finanziamenti federali per timori legati all’antisemitismo. Harvard ha intentato una causa federale contro il governo, sostenendo che l’amministrazione abbia violato i diritti costituzionali dell’università e il diritto al giusto processo. (riproduzione riservata)