«Non credo che negoziazione o pressioni internazionali possano davvero condizionare l’andamento delle tensioni in Medio Oriente». Israele infatti «si dimostra essere una superpotenza militare in Medio Oriente e non ha certo paura dell’impopolarità quando pensa di essere in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati» come dimostra nella striscia di Gaza - ormai da quasi due anni - nonché con la decisione di lanciare un attacco ad ampio raggio contro il programma nucleare e la leadership militare della Repubblica islamica nella notte tra 12 e 13 giugno. Questa l’opinione dell’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già vice segretario generale della Nato, condivisa con MF-Milano Finanza. A ciò «si aggiunge, a mio parere, la convinzione degli israeliani che per quanto ci possano essere delle divergenze con gli Usa, gli alleati a stelle e strisce non li abbandoneranno mai davvero». Non possono quindi essere una sorpresa le parole del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu: «Andremo avanti. Non si tratta di un’operazione ma di una guerra pianificata».
In verità è da anni che Israele punta a distruggere i siti nucleari militari dell’Iran ma ha deciso di agire adesso per «due ordini di motivi», spiega Minuto Rizzo. Da un lato, Israele, anche facendo affidamento su informazioni di spionaggio, è «convinto che l’Iran siamo molto vicino al perfezionamento della bomba atomica quindi il momento di agire era adesso o mai più». Ipotesi avvalorata dall’allarme dell’Agenzia Onu per il nucleare che ha segnalato che l’Iran nasconde dei dati e arricchisce uranio anche in ottica militare, non solo per la creazione di centrali a scopo civile.
Un elemento che gioca a sfavore dell’Iran nello schieramento della comunità internazionale, in un momento in cui il Paese è già isolato. Se gli altri Paesi del Golfo (Arabia, Qatar, Bahrein...) hanno «recentemente ripreso le relazioni diplomatiche con l’Iran, e quindi non sono più nemici dichiarati, di certo in cuor loro non sono dispiaciuti di un attacco contro il Paese». Nel mentre, continua Minuto Rizzo, i tradizionali alleati dell’Iran sono deboli: «Sta succedendo a Hezbollah in Libano, a Hamas, agli Huthi in Yemen».
Dall’altro lato, Israele vanta «una superiorità tecnico-militare significativa» rispetto all’Iran. Ne è una prova sicuramente il fatto che Israele è riuscito ad abbattere tutti i 100 droni Shahed lanciati dall’Iran come rappresaglia ma soprattutto «la richiesta dell’Iran di una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza Onu: se Teheran fosse convinta di riuscire a difendersi da sola non chiederebbe aiuto», sottolinea Minuto Rizzo. Eppure l’Iran non ha alcuna intenzione di arrendersi perché, fa sapere la Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, Israele «deve aspettarsi una severa punizione».
Alla luce del fatto che «le pressioni internazionali per un negoziato difficilmente potranno avere grande potere in questa situazione, la soluzione resta in mano ai due protagonisti del conflitto». L’appianamento arriverebbe subito, osserva Minuto Rizzo, se «l’Iran autorizzasse l’Agenzia Onu per il nucleare a fare controlli e ispezioni - che finora ha eluso - sul suo territorio». Una porta che l’Iran però sembra aver già chiuso nei negoziati bilaterali con gli Usa patrocinati dall’Oman, definendo la richiesta di arrestare l’arricchimento dell’uranio «un’offesa alla dignità iraniana».
Israele, dal canto suo, ha avviato «un’azione che difficilmente si fermerà prima di avere raggiunto gli obiettivi, anche se si narra che i siti di produzione dell’uranio arricchito in Iran siano talmente in profondità che le bombe non possono scalfirli, quindi gli attacchi potrebbero durare a lungo».
Intanto l’Iran «minaccia di reagire ma non sembra capace di farlo in modo efficace».
Quel che è certo è che «gli attacchi massicci di Israele sono un game changer in Medio Oriente, non una semplice operazione militare, e avranno conseguenze sulla profondità nell’area». Il resto della comunità internazionale, conclude Minuto Rizzo, con ogni probabilità «continuerà a promuovere il dialogo tra le due potenze, cercando di evitare ulteriori escalation, ma senza intervenire». (riproduzione riservata)