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Guerra in Iran, Meloni conta le riserve di gas: convocati i vertici di Eni e Snam. Si temono i costi dell’approvvigionamento 2027
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Guerra in Iran, Meloni conta le riserve di gas: convocati i vertici di Eni e Snam. Si temono i costi dell’approvvigionamento 2027

03 marzo 2026, 20:06 Ultimo aggiornamento: 04 marzo 2026, 17:11

 Mentre l’Italia cerca di mitigare l’impatto sui costi di imprese e famiglie, la nuova guerra del Golfo minaccia il riempimento degli stoccaggi 

Lo scenario che si prospetta a Palazzo Chigi porta l’Italia indietro di quattro anni. Nel 2022 c’era Mario Draghi, oggi c’è Giorgia Meloni. Allora, come oggi, il presidente del Consiglio ha incontrato i capi dell’approvvigionamento energetico nazionale: Claudio Descalzi (Eni) e Agostino Scornajenchi (Snam). Una convocazione necessaria, secondo quanto filtrato a margine della riunione, per valutare l’impatto attuale e potenziale del conflitto in Medio Oriente sui mercati e sull’economia, nonché per discutere della più ampia questione di sicurezza energetica.

Il Piano Mattei e i nuovi rigassificatori dovevano essere lo scudo dell’Italia contro le crisi energetiche ma la nuova guerra nel Golfo ha rimescolato bruscamente le carte in tavola. Gli attacchi contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono arrivati proprio mentre l’esecutivo tenta di abbassare le bollette di famiglie e imprese: ora l’obiettivo è identificare subito misure di mitigazione per il breve e medio periodo.

Dallo Stretto di Hormuz passa il 20% del gnl globale

Nonostante l’Italia sia arrivata a marzo con scorte di gas ben superiori alla media europea (50% contro il 30% dell’Ue), l’instabilità nell’area di Ras Laffan in Qatar, dove è stata interrotta la produzione di gas naturale liquefatto, e lo stop alla navigazione nello Stretto di Hormuz stanno mettendo a nudo le fragilità di un mix energetico che non ha fatto ancora raggiungere la reale indipendenza.

Per i Paesi europei il nodo oggi non è tanto la catena di approvvigionamento quanto il costo dei rifornimenti: a quale prezzo l’Italia dovrà acquistare il gas per riempire gli stoccaggi in vista del 2027? Lo Stretto di Hormuz è il principale collo di bottiglia energetico mondiale: da lì passano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio - un quinto del consumo globale - e tutte le esportazioni di Gnl dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, pari a circa il 20% del commercio globale.

Dall’inizio degli attacchi, il 28 febbraio, la navigazione nello stretto è ridotta al lumicino e questo ha fatto impennare il prezzo di gas e petrolio rispettivamente del 90% e del 13%. Quanto durerà l’effetto dipenderà dalla durata delle ostilità e dalla loro incidenza sui transiti nello Stretto.

L’ombra dei competitor asiatici 

Secondo un’analisi del think tank Bruegel un conflitto breve aggiungerebbe un premio di rischio geopolitico, mentre una interruzione prolungata rischierebbe di comprimere le scorte, rallentare la logistica e stringere i bilanci globali di petrolio e gas, con effetti molto più rilevanti sui prezzi. In caso di blocco dei flussi via Hormuz, l’Europa sarebbe costretta a competere con i compratori asiatici sul mercato spot, come già avvenuto durante la crisi energetica 2021-2023, e allora i prezzi del gas europeo salirebbero, impattando su costo dell’elettricità e margini industriali. Il quadro europeo delle scorte già oggi risulta critico.

La Germania ha iniziato marzo con solo il 27% della capacità di stoccaggio, rispetto a una media del 64%, mentre l’Italia mostra un margine di sicurezza migliore, con scorte intorno al 50%. Complessivamente le riserve dei principali Paesi europei sono piene circa al 30%, contro il 54% della media per l’inizio di marzo. Intanto, come scrive il FT, l’Ue ha iniziato a fare pressioni a Kiev perché consenta un’ispezione europea dell’oleodotto Druzhba, danneggiato durante un attacco russo, che trasporta petrolio da Mosca verso Ungheria e Slovacchia. (riproduzione riservata)



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