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Guerra in Iran, Alessandro Minuto Rizzo: gli Usa si ricordino l’Iraq e si fermino adesso
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Guerra in Iran, Alessandro Minuto Rizzo: gli Usa si ricordino l’Iraq e si fermino adesso

23 giugno 2025, 20:30

L’esperienza in Iraq, iniziata nel 2003, ha insegnato come gli interventi militari in Medio Oriente siano lunghi e logoranti

Per evitare ulteriori degenerazioni ed espansioni delle tensioni geopolitiche globali «gli Stati Uniti farebbero bene a fermare adesso i loro attacchi in Iran». Questo il consiglio dell’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già segretario generale della Nato. Se si fermano adesso, «possono dichiarare successo: di essere riusciti a distruggere i siti produttivi nucleari di un regime non democratico o quantomeno di aver rallentato di diversi anni il programma». Andando avanti invece si potrebbe innescare un «meccanismo per cui l’uccisione di un soldato statunitense ad esempio in Iraq, o un attentato in una base militare in Kuwait scatenerebbe una nuova ritorsione, in un circolo vizioso senza fine».

Domanda: Il conflitto però è stato scatenato da un attacco israeliano sul territorio iraniano. E che ruolo hanno giocato gli Usa?

Risposta. Da anni Israele dichiara che bisogna bombardare gli impianti nucleari iraniani. Adesso, data la potenza militare raggiunta e la convinzione che l’arma atomica iraniana sia molto vicina al perfezionamento, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha deciso di agire e attaccare l’Iran. Forte anche della convinzione che per quanto ci possano essere delle divergenze con gli Usa, gli alleati a stelle e strisce non toglieranno mai davvero il loro sostegno a Israele. Dal canto loro, gli Usa finora hanno cercato di evitare un attacco diretto all’Iran. Perché, pur nella convinzione che è sbagliato che l’Iran - un regime non democratico - abbia la bomba atomica, hanno sempre considerato troppo complicato portare a termine un bombardamento mirato per distruggere i siti nucleari incriminati. Donald Trump però ha percepito l’operazione unilaterale di Israele come un successo e così non ha esitato ad intervenire al suo fianco, mettendo da parte la promessa di ‘niente guerre’ sotto il suo secondo mandato.

D. Quindi le sorti del conflitto sono in mano a Stati Uniti e Israele?

R. Assolutamente sì. D’altronde è inutile negare che solo Usa e Israele hanno davvero il peso economico e militare di muovere una guerra. E se ciò non bastasse, a dimostrazione del ruolo decisivo di questi due Paesi si aggiunge il fallimento del vertice Ue-Iran. Anche se l’incontro fosse andato bene, i Paesi europei non avrebbero avuto la capacità di fermare il conflitto.

D. Già nel 2003 gli Usa sono intervenuti in Medio Oriente nell’Iraq di Saddam Hussein. C’è qualche similitudine tra le due situazioni e cosa insegna l’esperienza irachena?

R. Non si parla molto di questa similitudine ma sì gli Stati già una 20na di anni fa erano scesi in campo nella stessa area geografica. In quel caso però si trattava di una risposta a un attacco diretto. Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, il presidente George W.Bush voleva dimostrare di saper (e poter) reagire nonché vendicare l’orgoglio nazionale ferito. Quindi, per stanare le armi di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein in Iraq, attaccò il Paese e si arrivò all’uccisione di Hussein. Le armi di distruzione di massa forse c’erano davvero ma comunque non nella misura da poter compensare il dispendio di risorse e di uomini nel Paese: in 10 anni in Iraq gli Usa hanno perso tanti soldati e poi hanno lasciato il Paese comunque nel caos. Sicuramente l’esperienza dell’Iraq ha reso evidente che nel fare guerra nella zona del Medio Oriente, si sa come e quando si inizia ma non si sa mai quando si finisce. E a che prezzo.

D. Dal canto suo l’Iran può contare invece su alleati non statali. Perché possono essere considerati ugualmente pericolosi?

R. A causa dell’isolamento imposto dall’Occidente e dei rapporti non proprio semplici con i vicini mediorientali, l’Iran ha scelto di allearsi con reti politiche e militari non statali come Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e Siria, nonché ai gruppi di resistenza come Hamas e Jihad Islamica (PIJ). Certo diversi di questi alleati stanno vivendo un momento di debolezza, in particolare Hamas sotto attacco continuo da Israele. Eppure hanno ancora un ruolo importante, che risiede nel poter ingenerare con un attentato, un’uccisione anche di un solo soldato, una catena di ritorsioni e dimostrazioni di forza che diventerebbe logorante per tutti gli attori coinvolti. E come una valanga travolgerebbe sempre più Paesi.

D. Come influirà secondo lei, l’intervento anche degli Usa in Palestina sugli equilibri in Medio Oriente e sull’immagine di Israele a livello internazionale?

R. È chiaro che Israele ha perso stima e fiducia a livello internazionale, soprattutto per le sue azioni nella striscia di Gaza. Anche a livello interno sul tema ci sono delle posizioni contrastanti, con parte della popolazione che condanna le azioni di Benjamin Netanyahu. Mentre sull’Iran l’opinione pubblica anche interna è dalla sua: l’82% degli israeliani è dalla parte delle scelte governative.Però Israele, è inutile negarlo, è diventato una potenza mediorientale ed è convinto che, con l’uso della forza e raggiungendo l’egemonia regionale, conquisterà una posizione tale da permettere che tutto ciò che adesso sta accadendo sarà dimenticato. E anzi magari potrebbe condurre al riavvicinamento con altri Paesi dell’area, come l’Arabia saudita. (riproduzione riservata)



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