Anche un Paese neutrale per eccellenza viene trascinato in guerra. Quella commerciale scatenata da Donald Trump nella sua crociata protezionistica a colpi di dazi imposti un po’ a tutto il mondo. Pochi pensavano fino a qualche giorno fa che la Svizzera potesse essere colpita dalla furia tariffaria del presidente Usa. E invece ecco che a sorpresa, nel giorno della Festa nazionale svizzera lo scorso primo agosto, arrivare la doccia fredda dell’imposizioni delle tariffe doganali al 39% per le esportazioni elvetiche negli Stati Uniti. Un colpo pesante per un Paese relativamente piccolo ma che fa delle esportazioni l’ossatura della sua struttura industriale.
Trump del resto ha avuto gioco facile nella sua nuova crociata che ha preso di mira la Confederazione. L’export svizzero si conferma in forte salute come mai da anni. Il saldo della bilancia commerciale a fine del 2024 è arrivato a quota 66 miliardi, in forte crescita sul 2023 quando si collocava a 48 miliardi di saldo positivo e addirittura salito di ben tre volte dal 2020, l’anno della pandemia quando il differenziale tra prodotti esportati e importati valeva per la bilancia commerciale un saldo attivo di soli 25 miliardi. E proprio gli Usa sono il mercato più ricettivo dell’export svizzero fatto in buona parte da farmaci, oro e metalli preziosi, orologi di lusso e meccanica di precisione.
Su 393 miliardi di franchi svizzeri di export complessivo il 20% è destinato oltreoceano a fronte di un solo 14% di pertinenza americana quando si tratta di importazioni. E così su quel saldo attivo di 66 miliardi ben 40 miliardi sono appannaggio americano.Da lì l’attacco di Trump che vuole sterilizzare a zero il saldo netto. Come del resto sta facendo con tutti i Paesi in una logica bizzarra e mutevole tutta sua. Per la Svizzera il colpo, se non verrà attutito a breve da negoziati ulteriori, è grave. Di fatto rischia di venir meno il Paese «safe haven» per eccellenza degli investitori di tutto il mondo.
Oro e franco svizzero sono da sempre sinonimi di porto sicuro dove parcheggiare gli investimenti a rischio pressoché nullo. Soprattutto nel gioco delle monete con il franco svizzero che notoriamente gioca da valuta rifugio di fronte alle oscillazioni valutarie. Ovvio che i nuovi dazi imposti rischiano di spezzare l’incantesimo del porto franco. L’economia potrebbe contrarsi, il franco indebolirsi, in un Paese senza inflazione e con i tassi di interesse portati a zero e che rischiano di finire in territorio negativo. E per fortuna che per ora l’industria farmaceutica è esentata dai dazi.
L’industria del farmaco elvetico, con Novartis e Roche, muove esportazioni per 150 miliardi di valore, il 40% dell’intero export di Berna. A seguire l’oro e in genere i preziosi che valgono 100 miliardi di prodotto esportato e con il tycoon che valuta ulteriori dazi sui lingotti da un chilo. A ruota c’è l’altro settore tipicamente esportatore e cioè il lusso con Richemont e gli orologi di Swatch. Per la meccanica a rappresentare la manifattura svizzera spicca Abb e tra gli industriali Lonza. Mentre anche il big alimentare Nestlè avrà a che fare con la zavorra delle tariffe.
Come si vede, pezzi pregiati dell’economia della Confederazione, titoli che da sempre compongono il paniere di 20 titoli (tra cui banche come Ubs e assicurazioni con Zurich e Swiss Re) dell’indice della Borsa elvetica, lo Smi. Ecco che i riflettori non si possono che accendere proprio sull’eccellenza dell’economia scudo-crociata che rischia di venire terremotata dalla guerra tariffaria. E non è un caso che gli allarmi più manifesti arrivano proprio dal mondo industriale e del lusso. Ma chi rischia di più, se Trump al di là dei dazi svizzeri, porterà l’assalto alla farmaceutica non Usa sono Novartis e Roche. Del resto Trump non fa mistero sotto il cappello del Make American Great Again di voler riportare l’industria negli Usa. E la farmaceutica è tra i settori dove l’Europa con Germania, Francia e Inghilterra e la Svizzera vantano ancora grandi colossi che fanno concorrenza alle varie Merck ed Eli Lilly.
Non è un caso che sia Novartis e Roche, come segnala un rapporto di Ubs, abbiano già trasferito volumi significativi di scorte negli Stati Uniti in previsione di potenziali dazi. Roche in particolare avrebbe come scrivono gli analisti di Ubs indicato di aver intensificato la produzione (con un utilizzo medio degli impianti del 50%) negli Stati Uniti per garantire le scorte di farmaci in vista di potenziali dazi.E come abbiamo visto sia per Novartis che per Roche gli Usa rappresentano circa il 40% del fatturato globale. E non è casuale che data l’importanza del mercato statunitense i due colossi elvetici siano impegnati in piani di investimento corposi oltre Oceano.
Novartis si è impegnata a investire 23 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni in produzione e ricerca e sviluppo negli Stati Uniti, mentre Roche sarebbe impegnata a investire 50 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi 5 anni in produzione e ricerca e sviluppo. Tra le due langue in borsa Roche che è sotto del 30% dai suoi massimi a 5 anni, mentre Novartis non è lontana dai suoi massimi dell’agosto del 2024.
Altro rischio grande lo corrono i titoli del lusso con Richemont e soprattutto il grande produttore di orologi Swatch. Il settore è in crisi da tempo in tutta Europa sull’onda della debole domanda cinese che ha visto rallentare la corsa dei fatturati per un comparto che da sempre vive di alti multipli borsistici. In crisi in particolare c’è proprio Swatch con il titolo sceso a 142 franchi dai massimi di oltre 330 toccati nella primavera del 2023.
Da allora la caduta è stata continua con i ricavi scesi dal 2022 a un tasso di crescita a una sola cifra percentuale e crollati in terra negativa del 14% nel 2024. E con gli utili collassati da 800 milioni di franchi del 2022 a poco meno di 200 milioni l’anno scorso. Ovvio che le nuove tariffe fiaccherebbero ulteriormente la domanda dato il forte rialzo dei prezzi o in alternativa se i prezzi fossero assorbiti dall’azienda si tramuterebbe in un ulteriore erosione di redditività.
E il punto per tutte le aziende elvetiche sotto la scure tariffaria è proprio come gestire i dazi. Se trasferiti alla clientela produrrebbero un calo dei volumi di vendita e se assorbiti in tutto o in parte un calo di profittabilità. Per un’economia molto concentrata e ad alto tasso di export ecco che il nuovo corso imposto da Trump non potrà che provocare uno choc. Come reagirà l’economia elvetica è ancora tutto da vedere. (riproduzione riservata)