C’era una volta una Fabbrica di arte molitoria nel territorio di Campomorone, nell’entroterra di Genova. Mentre gli altri mugnai si limitavano a produrre farina dalle granaglie e trasportarle a valle a dorso di asino e di mulo, Giuseppe Grondona decise ben presto di distinguersi, producendo pasta. Correva l’anno 1820, e ci sono i documenti della Camera di Commercio ancora in possesso della famiglia a dimostrare gli inizi di una storia che merita di essere raccontata.

Pochi, ma chiarissimi i capisaldi, a partire dal mitico lievito madre, lo stesso utilizzato ancora oggi dal 1920 per la maggior parte delle referenze a catalogo. Lo stesso che ogni giorno, tre volte al giorno, viene rinfrescato da mani esperte e sapienti. Origine, tempo, maestria artigiana, diventano i fattori distintivi del marchio.
Per un consumatore, ma meglio sarebbe dire intenditore, Grondona significa, non solo Madre Bianca, ma anche lievitazione naturale di 52 ore, materie prime, selezionate per provenienza geografica secondo criteri di eccellenza e controllate attraverso un sistema di rintracciabilità che copre l’intera filiera produttiva. E, ultimo, ma non meno importante, fedeltà alle ricette tradizionali, annotate da Orlando Grondona su un quadernetto dalla copertina nera, che contiene tutto il sapere di un mondo che non c’è più.

La gamma Grondona comprende prodotti per colazione, pasticceria, ricorrenze, regalo, vending bar e pane, a cui si aggiungono quelli delle aziende che attualmente compongono il Gruppo: Duca d’Alba (prodotti innovativi senza zucchero), Bonifanti (panettoni di altissima qualità), Bocchia (storica torrefazione del caffè genovese). Il fatturato si aggira sui 23 milioni di euro, mentre gli addetti sono 95, distribuiti negli impianti di produzione di Genova Pontedecimo e di Pinerolo (Torino).
Oltre al mercato italiano, Grondona è presente in numerosi Paesi stranieri, tra cui Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Spagna.
