Stretta del governo sugli hacker. Il consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sulla cybersecurity che prevede pene rafforzate per i pubblici ufficiali o gli addetti al pubblico servizio che accedono abusivamente a un sistema informatico. Anche chi detiene o fornisce programmi per hackerare i sistemi informatici si vedrà comminare una condanna a due anni di reclusione e una multa di oltre diecimila euro.
Il provvedimento impone a tutte le pubbliche amministrazioni (da quelle centrali fino ai comuni sopra i 100 mila abitanti), alle Asl e alle aziende del trasporto pubblico locale di notificare gli attacchi informatici subiti entro e non oltre 24 ore da quando ne sono venuti a conoscenza: in caso di ritardi, l’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale invierà ispettori e, in caso di recidiva, applicare sanzioni da 25 mila a 125 mila euro. Stessa multa prevista per tutte quelle pubbliche amministrazioni che non si adeguano alle raccomandazioni dell’Agenzia.
Una nuova legislazione in materia di cybersicurezza era fondamentale da adottare, ha sottolineato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, in conferenza stampa al termine della riunione del cdm. Non solo infatti «la legislazione vigente risale a vent'anni fa», che rappresentano «un'era geologica» in un settore come quello digitale che è continuamente in aggiornamento, ma soprattutto «dopo l'avvio del conflitto in Ucraina e ancora di più» dopo il conflitto tra Israele e Hamas, si è registrato «un incremento significativo, di attacchi cyber». Senza però un adeguato processo di consapevolezza dei rischi e della «messa in gioco» quando si trascura la cybersicurezza.
Via libera dal cdm anche alla normativa sulla commercializzazione di prodotti i cui proventi sono destinati a iniziative di beneficenza per promuovere informazioni chiare e trasparenti. Questione su cui il governo ha deciso di premere l’acceleratore dopo lo scoppio del Pandorogate che ha visto coinvolta la più famosa delle influencer italiane, Chiara Ferragni, tanto che il decreto è stato già ribattezzato Ferragni.
Nei quattro articoli del provvedimento, ha precisato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, nella conferenza stampa post-cdm, viene disciplinato che «i produttori di beni e i professionisti che commercializzano e promuovono i prodotti hanno l’obbligo di riportare su ciascuna confezione, anche tramite adesivi, alcune informazioni specifiche tra cui l’importo complessivo destinato alla beneficenza, se viene predeterminato, ovvero il valore percentuale di ogni singolo prodotto». In modo che «il consumatore sappia con certezza quale parte del ricavato vada a iniziative solidaristiche».
Nel contempo, prima di iniziare l’attività, siano produttori o professionisti devono comunicare all’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato che intendono organizzare questa attività promozionale e tra l’altro anche il termine entro il quale sarà effettuato il versamento dell’importo al soggetto beneficiario. Sarà l’Antitrust stessa a sanzionare chi non rispetti questa normativa, con multe da 5.000 a 50 mila euro, di cui il 50% dovrà essere devoluto in beneficenza.
Nuovo passo avanti anche sulla delega fiscale con l’ok definitivo del consiglio dei ministri al decreto al settimo decreto attuativo ossia quello sul concordato preventivo biennale. La norma consentirà ai titolari di partita Iva di accettare una proposta dell’Agenzia delle Entrate sulla base delle informazioni a disposizione delle proprie banche dati: in tal caso, il contribuente potrà pagare per due anni sulla base di un imponibile fisso basato su un reddito teorico, evitando ulteriori accertamenti.
Accordo anche sull’Election Day: europee, regionali e amministrative verranno accorpate nel fine settimana dell’8 e 9 giugno. Dopo l’impasse della scorsa settimana, la maggioranza trova la quadra anche sulle elezioni nei piccoli comuni: passa la proposta della Lega di rimuovere il tetto ai mandati nei centri fino a cinquemila abitanti e l’innalzamento da due a tre mandati per quelli dai 5.001 ai 15 mila abitanti.
Un gesto di distensione da parte di Fratelli d’Italia dopo il passo indietro del Carroccio sulla candidatura di Christian Solinas in Sardegna. Ma anche un grimaldello con cui Matteo Salvini proverà a scardinare la riluttanza dei partner di governo al terzo mandato dei presidenti di regione. L’estensione della misura ai governatori, in caso di semaforo verde da parte degli alleati, potrebbe avvenire tramite un correttivo al decreto in fase di approvazione parlamentare. Il pensiero del leader leghista è soprattutto il Veneto, storica casella ‘verde’ sulla quale (ma non solo) stanno iniziando ad appuntarsi gli sguardi di Giorgia Meloni, intenzionata a riequilibrare la presenza di FdI nei territori sulla base dei mutati rapporti di forza all’interno del centrodestra: mantenere Luca Zaia sulla poltrona di governatore consentirebbe di conservare la casella e disinnescare la potenziale concorrenza interna al partito tra il “Capitano” e il “Doge”. (riproduzione riservata)