Arriva un nuovo vulnus per il Golden power italiano. Dopo la procedura di infrazione avviata nelle scorse settimane dall’Unione Europea per i paletti all’ops di Unicredit su Banco Bpm, venerdì 5 il Consiglio di Stato ha smontato un analogo provvedimento preso nel 2023 per un prestito emesso da Cedacri, la controllata di software ?bancario del gruppo Ion di Andrea Pignataro.
Il Consiglio di Stato ha annullato il decreto con cui nel 2023 la Presidenza del Consiglio aveva imposto una serie di prescrizioni a Cedacri in relazione alla notifica della costituzione di pegni sulle azioni della società a garanzia di un prestito obbligazionario. Secondo i giudici, l’operazione non determinava alcuna modifica nella titolarità, nel controllo o nella disponibilità degli asset strategici, presupposti indispensabili per l’applicazione dei poteri speciali.
La vicenda nasce dalla notifica con cui Cedacri aveva comunicato l’estensione dei pegni sulle proprie azioni e su altri attivi, nell’ambito di un finanziamento deliberato nel 2023. Il Tar del Lazio, in primo grado, aveva giudicato legittimo l’intervento governativo, sostenendo che anche la sola possibilità di una futura alterazione degli assetti proprietari – attraverso l’eventuale escussione del pegno in caso di default – fosse sufficiente a integrare il presupposto per l’esercizio del golden power.
Il Consiglio di Stato ha adottato un’interpretazione più restrittiva. Nella sentenza, i giudici rilevano che la convenzione di pegno era stata strutturata in modo da escludere espressamente qualsiasi trasferimento di diritti di voto, amministrativi o economici ai creditori pignoratizi fino al verificarsi di un inadempimento. In questo quadro, la mera esistenza di un pegno privo di effetti immediati sulla governance non può essere equiparata a una modifica degli asset strategici né giustifica l’obbligo di notifica preventiva.
La decisione contribuisce anche a chiarire la portata della disciplina: il Golden power, osserva la Sezione IV, non è uno strumento di controllo generalizzato sulle operazioni finanziarie delle imprese e non può essere attivato sulla base di scenari ipotetici. L’intervento pubblico è ammesso soltanto quando si manifesti una modifica effettiva nella disponibilità, nella titolarità o nel controllo degli asset strategici.
Accogliendo il ricorso della società, il Consiglio di Stato ha quindi annullato il Dpcm del 27 luglio 2023, compensando le spese di giudizio. La pronuncia offre un importante punto di riferimento sul trattamento, ai fini del Golden power, delle operazioni di finanziamento assistite da garanzie reali che non incidono sulla struttura societaria. (riproduzione riservata)