La procedura d’infrazione della Commissione Europea sul golden power potrebbe riaprire il risiko bancario. Un accordo tra Bruxelles e il governo italiano resta possibile, ma richiederà una rapida revisione della disciplina dei poteri speciali per soddisfare le richieste della Ue. È proprio questo contesto ad aprire nuove prospettive per il consolidamento nel settore finanziario italiano, rimettendo in gioco soggetti sinora penalizzati o rimasti ai margini del risiko.
La legge sul golden power era finita nel mirino della Commissione dopo le prescrizioni imposte dal governo all’ops Unicredit – Banco Bpm. Il caso era stato seguito con forte attenzione a Bruxelles, che aveva chiesto chiarimenti già nelle prime fasi dell’operazione. Lo scorso luglio i vincoli di Palazzo Chigi avevano fatto saltare l’offerta di Andrea Orcel, salvaguardando l’indipendenza di Piazza Meda e aprendo un confronto politico-regolamentare destinato a protrarsi per mesi.
Il banchiere ha più volte escluso un ritorno sul dossier: «Per una serie di ragioni l’operazione non doveva succedere e adesso per noi è un capitolo chiuso», ha tagliato corto in una recente uscita, precisando che eventuali operazioni di m&a saranno orientate solo ai mercati esteri.
A rafforzare questa posizione ha contribuito l’andamento di Piazza Meda in borsa: dal ritiro dell’ops il titolo del gruppo guidato da Giuseppe Castagna è salito del 21,01%, quasi tre volte più di Unicredit, rendendo la precedente ipotesi di concambio del tutto superata. Per conquistare Banco Bpm oggi Orcel dovrebbe mettere sul piatto un quantitativo di azioni significativamente maggiore e, con ogni probabilità, anche una componente in contanti, requisito ormai imprescindibile per colmare il divario di valutazione apertosi tra i due titoli.
Il nuovo quadro normativo delineato da Bruxelles e senza scudi pubblici potrebbe però introdurre un forte incentivo per Unicredit. Soprattutto perché, valutazioni a parte, Banco Bpm resta il target ideale per la banca di Piazza Gae Aulenti sul mercato domestico, mentre alternative come Bper, sondata in passato ma senza successo, appaiono poco praticabili soprattutto per problematiche di governance.
Anche Crédit Agricole potrebbe trarre vantaggio da un depotenziamento del golden power, che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è pronto ad usare. La banque verte è un attore sempre più presente nella finanza italiana: dopo l’opa del 2021 sul Credito Valtellinese, ha progressivamente rafforzato la sua presenza proprio nel capitale di Banco Bpm.
Oggi la partecipazione è salita al 19,9% e potrebbe proiettarsi verso il 29,9% grazie all’imminente via libera condizionato della Bce. Già negli anni scorsi si era ragionato su un conferimento di Crédit Agricole Italia in Piazza Meda, con la nascita di una nuova entità quotata in borsa. Ma il progetto si arenò, complici la pandemia e le complesse difficoltà sorte nella definizione della nuova governance.
Dopo il ritiro dell’ops di Orcel, le conversazioni tra Parigi e Milano sono riprese, seppure in maniera interlocutoria e senza passi concreti verso un’intesa. Ma, secondo fonti finanziarie, un indebolimento della normativa sul golden power potrebbe cambiare radicalmente il quadro: senza la minaccia di vincoli da parte dello Stato italiano, Agricole potrebbe muoversi con maggiore decisione sul dossier, valutando strategie che finora erano considerate impraticabili. Tra queste non si esclude nemmeno l’ipotesi di un’opa vera e propria.
Ma il governo non starà a guardare. Si osserva poi che, con una quota proiettata al 29,9%, oggi Agricole non ha bisogno di aggregazioni per condizionare la governance e le strategie della partecipata. Al prossimo rinnovo del cda, Parigi è nelle condizioni di utilizzare la propria posizione azionaria per ottenere una rappresentanza proporzionata alla nuova quota.
In concreto, ciò significherebbe cinque seggi in consiglio, oltre alla possibilità di occupare un ruolo di vertice, come quello di direttore generale o addirittura di presidente, rispetto alle due poltrone attualmente in mano alla banca francese. Un assetto di questo tipo garantirebbe a Crédit Agricole una leva significativa nelle decisioni strategiche del gruppo, permettendole di influenzare in modo diretto le strategie. Ma il governo non starà a guardare.
Semmai Agricole potrebbe invece sfruttare l’ammorbidimento del golden power per risolvere un serio problema industriale: il futuro di Amundi sul mercato italiano. La controllata, primo asset manager europeo, deve fare i conti con un possibile divorzio da Unicredit, principale partner tricolore. Orcel punta a diversificare i fornitori nel risparmio gestito, anche a costo di pagare penali per lo scioglimento anticipato dell’alleanza. Dal 2021 Amundi gestiva circa l’80% degli investimenti della banca; oggi la quota è scesa al 60% e dovrebbe scendere ulteriormente entro il 2026, fino ad azzerarsi entro metà 2027. Oggi insomma Agricole deve trovare una rete distributiva italiana abbastanza ampia da rimpiazzare almeno parzialmente Unicredit.
La soluzione individuata da tempo è dunque Anima, finita nell’orbita di Banco Bpm dopo l’opa dello scorso anno. Un’offerta su Bpm garantirebbe ad Agricole un accesso diretto ad Anima. Ma, come detto, l’istituto francese non è interessato a muoversi in questa direzione. Ed è per questo che negli ambienti finanziari ha iniziato a circolare un’altra ipotesi.
A Palazzo Chigi continua a piacere l’idea di un’integrazione tra il Banco e Montepaschi. L’operazione completerebbe la exit del Tesoro da Siena e la costruzione del terzo polo del credito ideato da Giorgetti anche se, con i cda da rinnovare e l’integrazione tra Mps e Mediobanca ancora in corso, i tempi si preannunciano lunghi. Una mossa in questa direzione non potrà avvenire prima di giugno.
Se la fusione si concretizzasse, Crédit Agricole diventerebbe il primo socio del nuovo gruppo con una quota compresa tra il 10 e il 15%, senza però ambire a un ruolo di pivot. Per questo il pesante pacchetto azionario potrebbe trasformarsi in una merce di scambio sull’asse Parigi-Roma. In questo scenario, le azioni detenute dai francesi verrebbero trasferite ai soci di Montepaschi in cambio delle quote in Agos Ducato e Anima portate in eredità dal Banco.
L’operazione dovrebbe naturalmente ottenere il preventivo benestare del governo, che potrebbe essere agevolato proprio da un ammorbidimento del golden power, senza contare che Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri, freschi di conquista di Mediobanca attraverso il Monte, non avrebbero interesse a mettersi in casa alleati così ingombranti.
Ma, anche con poteri speciali spuntati, la politica potrebbe fare il possibile per pilotare Anima e Bpm verso una soluzione italiana piuttosto che favorire un accordo coi francesi. Per questo su tutte le ipotesi fa premio il fattore tempo, perché è dalla parte di Orcel e di Agricole: alle elezioni politiche e ad un possibile nuovo governo mancano poco più di un anno. Meglio aspettare?(riproduzione riservata)