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Gli Agnelli e la stampa: i rapporti decennali della famiglia con l’informazione italiana
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Gli Agnelli e la stampa: i rapporti decennali della famiglia con l’informazione italiana

23 febbraio 2024, 20:30 Ultimo aggiornamento: 26 febbraio 2024, 11:21

Al primo ingresso dell’Avvocato sulla tolda del Corriere della Sera fu subito chiaro che ne percepiva il potere. Era nel dna di famiglia. Gianni Agnelli amava i giornali ma la sua passione non era disinteressata

Pubblichiamo alcuni estratti tratti dal libro di Paolo Panerai Le mani sull’informazione (Solferino, 2023) relativi alla famiglia Agnelli e ai suoi rapporti con la stampa nel corso degli anni. Si tratta di alcuni passaggi storici per la vita dell’azienda di Torino e del Paese.

L’ingresso degli Agnelli nel Corriere della Sera

Sul passaggio del controllo alla nobile cordata degli Agnelli e Mediobanca e su come il «Corriere» fu sottratto ai Rizzoli - anche grazie a non pochi loro errori, con Angelo junior fiaccato dal carcere, prima di venire scagionato dalle accuse che gli erano state intentate, e non certo aiutato dalla prima moglie Eleonora Giorgi, che lo lasciò di lì a poco - ho avuto, nell’agosto del 2007, una civile discussione con Giovanni Bazoli, allora presidente di Nuovo Banco Ambrosiano poi presidente e presidente onorario di Banca Intesa Sanpaolo che, attraverso la finanziaria La Centrale, possedeva il 40% di Rizzoli-Corriere della Sera.

All’epoca dei fatti, Bazoli decise di vendere alla cordata degli Agnelli; una scelta che era stata preparata da molto tempo, come ha testimoniato l’ex direttore del Nuovo Banco, Pier Domenico Gallo, nel suo libro Intesa Sanpaolo. C’era una volta un fantasma inesistente (Dalai, 2007).

Io sostenni che esistevano altre alternative valide, come quella messa insieme dal professor Victor Uckmar, che per spirito di servizio verso il Paese si era assunto l’incarico di trovare un compratore per il grande gruppo editoriale. Il professor Bazoli ha invece sostenuto che non c’erano alternative ad Agnelli & C. e che la Rizzoli-Corriere della Sera non era in grado di uscire con le sue gambe dall’amministrazione controllata, perché il Nuovo Banco non poteva tenere in portafoglio il 40% che Angelo Rizzoli aveva ceduto ai piduisti nel tentativo di salvarsi e salvare l’azienda.

Sta di fatto che, a un anno dall’acquisto da parte di Agnelli & C., la Rcs produsse già cento miliardi di lire di utili e il 10% ceduto all’amico francese dell’Avvocato, Arnaud Lagardère, produttore di armi e proprietario di Matra e di «Elle», fruttò alla cordata cento miliardi di lire, con una conseguente valutazione della casa editrice di ben mille miliardi.

Il senso dell’Avvocato per i giornali
e quello per le notizie

L’Avvocato, al quale l’editoria è sempre istintivamente piaciuta per il potere implicito che conferisce ma anche per il suo gusto di conoscere ed essere al centro delle vicende del Paese, al momento del suo ritorno in via Solferino, che sapeva di rivincita, pronunciò questa frase storica: «Siamo tornati per bonificare…».

Indubbiamente, l’infiltrazione della P2 ai vertici del primo quotidiano nazionale c’era stata, e in maniera devastante. Il maggior responsabile del suo peso, nell’operatività del giornale, fu il direttore subentrato a Ottone, Franco Di Bella, grande cronista di nera, piduista confesso che dopo aver salito tutti i gradini di via Solferino non avrebbe mai potuto sperare di diventare direttore del «Corrierone», se non appunto per l’appoggio di Gelli e Ortolani che condizionavano Calvi - come poi è emerso durante il processo per l’omicidio-suicidio del banchiere sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra - il quale a sua volta condizionava i Rizzoli.

La prova dell’atteggiamento, vicino al servilismo, di Di Bella (pace all’anima sua) l’ho avuta del resto personalmente, durante la guerra della P2 contro Agnelli.

All’arrivo di Di Bella al posto di Ottone, nel 1977, io avevo naturalmente pensato che anche il quotidiano della casa, come molti altri quotidiani facevano di consueto, avrebbe potuto riprendere i vari scoop che venivano realizzati dalla giovane redazione del Mondo, selezionata anche grazie all’aiuto di Walter Tobagi che, come capo del sindacato dell’Editoriale Corsera (il cosiddetto Cdr), mi aveva consentito di introdurre degli stagisti. Invece, mai una citazione. Fino a quando, inopinatamente e imprevedibilmente, Di Bella fece riempire l’intera seconda pagina del quotidiano riprendendo quasi integralmente l’inchiesta di copertina del «Mondo» di quella settimana, che aveva questo titolo: Anche la Fiat sull’orlo del baratro - oltre tremila miliardi di debiti.

Io protestai, perché si trattava di una completa copiatura, ma Di Bella non si scusò neppure, perché con quella decisione sapeva di aver fatto contenti i suoi sponsor piduisti che da tempo avevano iniziato la campagna contro gli Agnelli con quegli articoli firmati CS.

Da Torino, dove pure il direttore delle relazioni esterne era uno dei miei migliori amici, Luca Montezemolo, e il capo ufficio stampa addirittura il padrino di battesimo di mio figlio Luca, Marco Benedetto, si sparò ad alzo zero pensando che l’inchiesta del Mondo facesse parte della campagna contro i viceré d’Italia.

Così, l’avvocato Agnelli, in una sconclusionata conferenza stampa, assimilò me e i miei colleghi della redazione a una banda al soldo di giocatori d’azzardo: con questo velato riferimento ad Andrea Rizzoli, malato dello stesso vizio della moglie Ljuba, utilizzò parole fortemente lesive della nostra dignità professionale. Tanto più che tutte le notizie da noi pubblicate erano più che esatte, provenendo (ora lo posso rivelare, dopo la morte della nostra fonte) da un banchiere serio e incorruttibile come Luigi Arcuti, allora direttore generale dell’Istituto San Paolo di Torino.

La mattina successiva alla conferenza, d’accordo con la redazione e contro l’orientamento della casa editrice, diedi mandato al nostro penalista, il professor Alberto Dall’Ora, e all’avvocato Strina di presentare querela con ampia facoltà di prova contro l’avvocato Agnelli.

I nostri legali erano sicurissimi della vittoria, così come temeva la sconfitta Gianluigi Gabetti, un uomo straordinario che mi ha sempre gratificato della sua amicizia, braccio destro e mente finanziaria dell’avvocato Agnelli.

Gianluigi, a cui allora davo doverosamente del lei, mi chiamò: «Non pensa che si possa evitare all’Avvocato di comparire in tribunale? Io ho un’idea». Aggiunse: «L’Avvocato potrebbe venire a Milano in visita al Mondo e rendere omaggio alla vostra professionalità». La saggezza e il garbo di Gabetti non potevano non essere accolti e, del resto, non avevamo nessun motivo di fare scandalo ma solo l’obiettivo di differenziarci nettamente da operazioni come quella di Di Bella e degli articoli siglati CS, nel rispetto assoluto della nostra professionalità e indipendenza, nonché di permanente condanna della P2.

Dall’Ora, Strina e l’avvocato della Fiat, Vittorio Caissotti di Chiusano, concordarono le modalità della visita: l’Avvocato sarebbe venuto in via Solferino e all’incontro, per firmare il comunicato stampa, avrebbero partecipato il sottoscritto, Angelo Rizzoli e, per parte Fiat, Agnelli e Luca Montezemolo.

Arrivato il giorno, giunsi nel lungo corridoio del Corsera, popolato dai ritratti di coloro che lo avevano reso grande, con una buona mezz’ora d’anticipo - il tempo sufficiente ad assistere allo spettacolo di mobilitazione di molti colleghi del grande quotidiano che facevano la sentinella sulla porta. In segreteria arrivavano bollettini quasi come in guerra: «L’Avvocato è in elicottero a un quarto d’ora da Linate»; «L’Avvocato è atterrato a Linate»; «L’Avvocato ha imboccato il cancello della rimessa del Corriere della Sera».

Proprio in quel momento sbucò dalla sua stanza Di Bella, non gradito ospite, e prima ancora che potessi chiedergli di restare fuori si infilò nella stanza d’angolo, da sempre riservata all’editore e che Angelo Rizzoli aveva fatto arredare con velluto verde: il colore del marchio della vecchia Rizzoli e dell’inchiostro con cui scriveva suo nonno. Angelo, alla vista di Di Bella, mi rivolse uno sguardo eloquente: non potevamo bloccarlo, perché si era nel territorio della sua redazione.

Con me avevo un impermeabile doppiopetto, con ampie tasche interne e, dentro, un registratore. Appena l’Avvocato entrò insieme a Luca Montezemolo, con la sua solita ironia esordì: «Che bello oggi, con lo sciopero dei giornali italiani è bastato leggere Le Monde per sapere tutto». Come dire che anche del primo giornale italiano, di cui era ospite sia pure per portare le sue scuse a un modesto settimanale laico e indipendente, si poteva fare a meno. Ma si sa qual era lo spirito dell’Avvocato.

Ciò che nessuno dei presenti poteva immaginare furono le dichiarazioni davvero servili di Di Bella. La prima: «Presidente», rivolto a Rizzoli, «posso testimoniare che quando l’avvocato Agnelli è stato coeditore con la signora Crespi abbiamo goduto della massima libertà». Ma chi glielo aveva chiesto?

Poi, visto che l’Avvocato aveva virato sul calcio, probabilmente la sua prima passione insieme alle donne, ed erano i tempi dello scandalo del calcioscommesse, con ardire Di Bella non fece neppure finire il discorso all’illustre ospite, e sparò: «Avvocato, avrà visto, appena il giornalista Lajolo ha tirato in ballo la Juventus nello scandalo io l’ho licenziato…».

Per me era troppo. Chiesi scusa a tutti e mi rivolsi ad Agnelli, con il rispetto che gli si doveva e con la simpatia che ci aveva sempre legati, ma anche con la consapevolezza che lui fosse lì per scusarsi: «Avvocato, purtroppo non posso seguire il collega Di Bella sugli attestati che intende darle; come sa, siamo qui per firmare un comunicato con il quale lei dà atto a me e alla redazione del Mondo della nostra professionalità, indipendenza, e della serietà dell’inchiesta sulla Fiat, scritta solo nell’interesse dei lettori e alla fine anche sua, perché abbiamo motivo di ritenere che la disastrosa situazione della Sua azienda in quel momento non le fosse completamente nota».

Seguì un minuto di gelo, durante il quale l’amico Luca quasi mi fulminò con lo sguardo. E poi l’Avvocato, con la sua erre arrotata: «Ah, sì, quella copertina, con la mia foto e lo sfondo tutto nero, fatta dal suo art director, così funesta… Sì, sì, firmiamo». Firmammo, e io salutai, portandomi dietro la convinzione che di tutta la vicenda, all’Avvocato l’unica cosa che veramente aveva dato fastidio era lo sfondo nero della sua fotografia, peraltro scattata da un grande fotografo, Giuseppe Pino

L’Avvocato, la Stampa di Torino e quel legame famigliare con l’Espresso

Prima ancora di diventare presidente della Fiat, dopo vent’anni di gestione di Vittorio Valletta, l’avvocato Agnelli seguiva direttamente La Stampa, come del resto aveva fatto suo nonno. L’ambizione era doppia: far diventare quel giornale il diretto concorrente del Corriere della Sera, con una distribuzione in tutt’Italia ma anche, nonostante le radici fossero provinciali, con un respiro internazionale dei contenuti, in sintonia con la frenetica attività di viaggi e relazioni dell’Avvocato, specie negli Stati Uniti.

L’occasione arrivò dopo l’uscita dalla direzione di Giulio De Benedetti che, in vent’anni, aveva dato al giornale una forte solidità. Anche economica.

La scelta del nuovo direttore cadde su Alberto Ronchey. In cinque anni, dal 1968 al 1973, Ronchey realizzò l’obiettivo di valicare i confini del Piemonte puntando sugli esteri e sull’economia, ed elevando il livello delle pagine culturali del giornale grazie a collaboratori di prestigio come Alessandro Galante Garrone, Norberto Bobbio, Guido Piovene, Giovanni Arpino e Guido Ceronetti.

Nel 1973, per sostituire Ronchey, non poco provato dagli anni della contestazione sessantottina, Agnelli scelse un altro direttore con forte connotazione da esperto di politica internazionale, e con alle spalle anche un’esperienza televisiva in Rai: Arrigo Levi.

Già allora Agnelli aveva come più diretto collaboratore per la gestione della Stampa l’ex vicedirettore del giornale, Giovanni Giovannini, che con Carlo Caracciolo, cognato dell’Avvocato, aveva fondato Efi, l’Editoriale finanziaria italiana: un nome scelto anche per l’evidente simmetria con Ifi. Efi era all’80% di Agnelli (Ifi) e al 20% di Caracciolo, editore di professione con Etas Kompass, Publikompass e soprattutto con L’Espresso, diretto all’epoca da Eugenio Scalfari.

A Caracciolo sembrò indubbiamente una buona idea dar vita a una holding editoriale tramite la quale avrebbe controllato anche Bompiani, Sonzogno, Adelphi e Boringhieri, oltre a Il Piccolo di Trieste, l’Alto Adige di Bolzano e il 50% de La Gazzetta dello Sport. Quasi un impero.

Ma quest’impero durò poco. La filosofia di essere filo-governativi prevalse anche in questa circostanza. Solo un anno dopo infatti L’Espresso uscì con in copertina un titolo scioccante: Anche Rumor ha preso soldi. In un’intervista a Bruno Manfellotto, Caracciolo ha poi raccontato che quel titolo mandò su tutte le furie Amintore Fanfani, all’epoca segretario della DC, il quale pretese da Agnelli che il suo socio vendesse a una persona fidata le sue quote di controllo del settimanale. Altrimenti, durante quella contingenza economica in cui l’inflazione era alle stelle quindi i prezzi del paniere venivano calmierati, il governo non avrebbe consentito alla Fiat di aumentare il prezzo delle proprie auto.

Insomma, a giudizio della DC, dal momento in cui Agnelli era cognato, oltre che socio, di Caracciolo, non poteva esserlo anche nella gestione delle quote dell’Espresso. Il legame andava spezzato.

Continua così il racconto diretto di Caracciolo, reso ai quotidiani del gruppo Gelocal: «Era più o meno quello che pensava Fanfani. Ma io non avevo nessuna intenzione di privarmi dell’Espresso, con il quale peraltro Agnelli non aveva niente a che fare. Decisi allora di vendere all’Ifi la mia quota dell’Editoriale finanziaria. In cambio chiesi, però, di tenere Publietas, la rivista Scienze, Il Piccoloe l’Alto Adige. Giovanni Agnelli si disse d’accordo».

Ma non si fece niente di tutto ciò: «Me lo comunicò dopo un po’ Giovannini, lo stretto collaboratore di Agnelli: «Flaminio Piccoli, capo della corrente DC dei dorotei del Nord-Est, non vuole», mi disse Giovannini, «l’accordo non si può fare». Andai su tutte le furie, trattai malissimo Giovannini, sicuramente incolpevole. I due quotidiani locali furono ceduti alla Rizzoli-Corriere della Sera e dovettero passare molti anni prima che rientrassero a far parte della nostra catena».

Non è stato mai chiarito se Agnelli avesse creato l’Efi per aiutare il fratello di sua moglie Marella o per estendere realmente l’attività editoriale. Certamente Giovannini era una garanzia nel settore; inoltre, con un certo intuito, aveva preso come suo assistente Marco Benedetto, che avrebbe poi fatto una grande carriera come amministratore delegato di aziende editoriali fino però a passare alla concorrenza, cioè a Repubblica.

Nello staff di Giovannini c’era anche Alain Elkann, all’epoca fidanzato della figlia dell’Avvocato, Margherita, e futuro padre di John, Lapo e Ginevra. Elkann desiderava diventare giornalista e scrittore, e ha realizzato la propria ambizione, con diversi romanzi e con la rubrica domenicale fissa sulla Stampa.

Alain è figlio di Jean-Paul, allora presidente della comunità ebraica di Parigi, una vera personalità. Rifugiatosi a New York per sfuggire alla persecuzione nazista, lì si laureò e divenne imprenditore di grande successo per poi tornare a Parigi come presidente di Parfums Caron, una storica casa di alta profumeria. Prima di spostarsi a Torino, città della madre, Alain frequentava regolarmente i Rothschild, sui quali scrisse per «Panorama» la prima inchiesta completa, quando io ero capo dell’economia. Sicuramente suo figlio John ha potuto beneficiare di queste ottime connessioni.

La vicenda dell’Efi non conferma solo il profilo di Agnelli come editore filo-governativo. Conferma in tutta evidenza che le posizioni talvolta dure verso il potere politico, magari con un articolo o due, possono diventare merce di scambio di un certo peso. In Italia non è una novità: è stato così negli anni del fascismo, era così nel lungo dopoguerra, lo sarebbe stato anche in tempi più recenti.

Agnelli, Fiat, Gheddafi e quel giorno in cui licenziò il direttore de La Stampa

(…) Quand’ecco che, nel 1976, ci fu il colpo di Enrico Cuccia con Mediobanca. Preoccupato dell’andamento della Fiat, d’accordo con il fido direttore finanziario di Torino Cesare Romiti, Cuccia propose all’avvocato Agnelli di far entrare nel capitale della Fiat Muhammar Gheddafi, da pochi anni al governo della Libia.

Gheddafi entrò attraverso la banca Lafico, rappresentata in consiglio d’amministrazione di Fiat da Abdullah Saudi e Regeb Misellati. Saudi era un banchiere scaltrissimo, dagli occhi di fuoco, che terminata l’avventura in Fiat andò a fondare una banca in Bahrein.

L’investimento libico fu di quasi cinquecento milioni di dollari per il 10%, divenuto poi con altri investimenti il 15%. Parlando dell’affare con Gheddafi in un’intervista a Raffaella Polato, Romiti - vero artefice dell’operazione insieme a Cuccia - rivendicò anni dopo il comportamento esemplare da parte della Lafico: come se fosse una banca svizzera, azzardò. Romiti non ebbe però remore a dichiarare alla giornalista che, prima di chiudere l’operazione con il Colonnello, fu informata la Cia. Che non trovò nulla da obiettare.

In realtà, la convivenza con Gheddafi non fu fin dall’inizio proprio come la ricostruì Romiti. Due giorni prima della firma del contratto Fiat-Libia, Levi scrisse un editoriale in cui descriveva Gheddafi come terrorista. Con accortezza Levi mandò, prima di pubblicarlo, il testo dell’articolo ad Agnelli tramite Giovannini. L’Avvocato riunì i più stretti collaboratori del settore editoriale - oltre a Giovannini, Luca Montezemolo e Marco Benedetto - e fece in poche parole un discorso del genere: se fossimo solo editori di un quotidiano, pubblicheremmo senz’altro l’articolo, ma siamo anche industriali, e per questo non dovremmo pubblicarlo; io però sono dell’avviso di pubblicarlo comunque. E Levi lo pubblicò.

In questa scelta c’è tutto l’avvocato Agnelli, con il suo amore di essere diverso dagli altri. In realtà nella decisione c’era anche, se non soprattutto, la convenienza a fare contemporaneamente l’industriale e l’editore: con La Stampa poteva sì essere filo-governativo, ma poteva anche mostrare i muscoli al suo nuovo azionista, nonostante le parole di Romiti, che nella circostanza seguiva le direttive di Cuccia.

Con l’editoriale di Levi l’Avvocato poté fare l’editore apparentemente puro, perseguendo una evidente strategia. Nel 1978 fu invece costretto a fare l’editore che ha interessi assai maggiori di quelli editoriali. La Stampa di Levi pubblicò, infatti, un elzeviro di Fruttero & Lucentini, satirico ma profondo come sapevano scrivere i due autori torinesi. Gheddafi andò su tutte le furie, chiedendo di licenziare il direttore e mettendo alla prova la professionalità di Agnelli come editore.

L’interesse assoluto dell’Avvocato per La Stampa è dimostrato dal fatto che è sempre rimasto il presidente della casa editrice, lasciando piuttosto al fratello Umberto la presidenza della Juventus, altro grande amore di famiglia, che aveva ricoperto fino al 1954. Ma La Stampa, posseduta al 100% dalla Fiat, aveva quindi come comproprietario lo stesso Gheddafi il quale, di fronte alla presa in giro della terribile coppia Fruttero & Lucentini, sparò ad alzo zero e chiese la testa di Levi.

Il direttore fu allontanato il 6 novembre 1978. Se, con l’editoriale di Levi, Agnelli si era tolto la soddisfazione di far uscire sul suo quotidiano che Gheddafi era un terrorista, sull’elzeviro satirico dovette cedere. E non del tutto a malincuore: poté così liberarsi di Levi che, dopo l’exploit iniziale delle cinquecentomila copie, aveva iniziato a perdere non poco terreno.

Marchionne, la Fiat e la fine dell’amore per la stampa (che durò poco…)

La teoria della purezza degli editori fu coniata dall’ex direttore del Corriere della Sera, Piero Ottone, in un dibattito sull’Espresso di tanti anni fa. Si tratta di una questione a cui anche qualche editore impuro si è dimostrato sensibile. Sergio Marchionne fece in modo che John Elkann, erede dell’avvocato Giovanni Agnelli rinunciasse alla quota di controllo di Rcs, spiegandogli che gli analisti di tutto il mondo non comprendevano come una casa automobilistica italo-americana possedesse dei giornali.

Per Jaki, il bravo gestore del patrimonio di famiglia, diventare l’editore della Repubblica, il secondo quotidiano italiano, nonché di una lunga (ma subito accorciata) catena di giornali locali uniti alla Stampa e al Secolo XIX di Genova, è solo un affare finanziario? O qualcosa di simile? O è molto di più?

Per esempio, potrebbe essere una rivincita su Carlo De Benedetti che pensava di aver conquistato La Stampa con la nascita di Gedi, dove Elkann possedeva solo il 6,7%. A meno che, con quel limitato 6,7%, Jaki non avesse conquistato la neutralità della Repubblica. E le sue motivazioni verso i giornali e il loro potere strumentale sono le stesse del nonno? Ma quali erano le motivazioni del nonno, l’Avvocato?

Gli Agnelli, Mussolini, John Elkann e quell’amore per il quarto potere dal Ventennio ai giorni nostri

La dinastia degli Agnelli, che a seguito di una serie di morti è oggi alla terza generazione - quella che, secondo la legge espressa da Thomas Mann ne I Buddenbrook, è ancora vitale - è presente nei giornali dal 1920, quando il fondatore del gruppo automobilistico con il socio-finanziatore Riccardo Gualino acquistò una quota del quotidiano torinese dalla famiglia Pollone. Insieme alla quota di minoranza (circa il 20%), fu acquisito anche il diritto di opzione sulla quota del bravo direttore antifascista Alfredo Frassati.

Il quotidiano allora si chiamava La Stampa, Gazzetta Piemontese. L’antifascismo di Frassati esplose al momento dell’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924). In seguito alla presa di posizione anti-Mussolini, il giornale fu sospeso e, nel 1926, finì inevitabilmente nelle mani della Fiat, cioè degli Agnelli, con l’avallo e l’intesa delle autorità fasciste.

Ecco quindi una prima ragione chiara che animò il fondatore della Fiat, senatore Giovanni Agnelli, nel comprare un quotidiano: soddisfare le esigenze di chi aveva conquistato il potere (Mussolini era diventato capo del governo il 31 ottobre 1922, ed esercitava poteri dittatoriali dal 3 gennaio 1925). Ma, nonostante questo vizio originario di essere editore per convenienza, negli anni gli Agnelli avevano saputo far diventare La Stampa il secondo giornale italiano, grazie anche alle consistenti disponibilità economiche.

L’uomo chiave per questo successo fu, per il ventennio che va dal gennaio 1948 al dicembre 1968, Giulio De Benedetti, il quale insieme a un giornale con firme autorevoli inventò per la cronaca di Torino Specchio dei Tempi, una rubrica che esiste tuttora e che rende molto torinese La Stampa. Durante la direzione di De Benedetti, al vertice della Fiat c’era Vittorio Valletta. La linea politica è sempre stata coerente con il principio che in ogni stagione ha animato la Fiat: filo-governativa.

Jaki, il tentativo di prendere il Corriere, l’avvento di Cairo

(…) La crisi economica, la scelta di investire così tanto in Recoletos, un’estensione a vari settori media incluse le radio e la televisione (con la Rai, un fiasco), in generale una diversificazione quando erano ancora fortissimi gli effetti della crisi del 2008: tutti questi fattori determinarono un significativo peggioramento dei risultati, fino a indurre Elkann a un cambio dell’amministratore delegato.

Perricone, che aveva preso il posto di Colao nel settembre del 2006, e che per l’acquisto di Recoletos aveva solo eseguito le volontà del consiglio e del patto di sindacato, nel maggio del 2012 dovette così lasciare il posto a Pietro Scott Jovane. A imporre il nuovo amministratore delegato, che veniva da Microsoft Italia - dove ricopriva lo stesso incarico di AD ma con un organico essenzialmente commerciale di alcune centinaia di dipendenti - fu naturalmente lo stesso Jaki. Era la prima mossa per tentare di riprendere la leadership su Rcs e Corriere della Sera, nonostante la Fiat fosse ancora lontana dal pieno risanamento conseguito grazie alla cura Marchionne.

Nel sindacato di controllo c’era un brutto clima e Diego Della Valle, non condividendo le scelte di Scott Jovane, decise di uscire dall’organo di comando. A norma di contratto non avrebbe potuto farlo, ma trovò l’appoggio di Marco Tronchetti Provera: questi sostenne la tesi che, se un azionista non condivide più la gestione, deve avere almeno la possibilità di avere libere le sue azioni. Della Valle era stato fortemente toccato dalla brutta liquidazione che Elkann, chiedendone l’esecuzione a Marchionne, aveva riservato a Montezemolo, l’amico di sempre.

Il capo di Tod’s aveva anche intuito che non Marchionne ma Elkann aveva l’ambizione di riprendere in mano il maggior gruppo editoriale italiano sia attraverso Scott Jovane sia con una possibile crescita di quota, qualora fosse diventato indispensabile un aumento di capitale.

Questo aumento era indispensabile per riequilibrare il patrimonio rispetto ai debiti accumulati, e il consiglio di amministrazione lo approvò nel marzo 2013. L’aumento fu chiuso a luglio. Fu sottoscritto al 92% da azionisti vecchi e nuovi e per il rimanente 8% dal sindacato di garanzia capeggiato da Banca Imi, Bnp Paribas e composto da altre sette banche. In totale entrarono nelle casse 409,9 milioni di euro fra azioni ordinarie e azioni di risparmio.

A sottoscrivere una quota superiore alla vecchia partecipazione fu proprio la Fiat, che, rastrellando diritti inoptati sul mercato, la raddoppiò portandola al 20,135%, diventando così di nuovo il maggior azionista. Elkann era al massimo della soddisfazione perché, oltre a recuperare quanto il nonno aveva perduto, soddisfaceva tanto una strategia di uso dei giornali quanto un interesse diretto nel settore, come dimostrò anni dopo diventando il maggior azionista di The Economist.

Il fatto fu che il diligente Scott Jovane non aveva né l’esperienza né la forza, a causa di scarsa fiducia nei suoi confronti degli altri azionisti, per recuperare la situazione davvero pesante della più grande casa editrice italiana, con un indebitamento nei confronti delle banche superiore ai cinquecento milioni.

Per fortuna era stato nominato presidente l’ingegner Maurizio Costa, un manager non solo di grande esperienza e di grande buon senso, ma anche di forte competenza, essendo stato amministratore delegato per molti anni della Mondadori, dopo un’efficace carriera come specialista di controllo di gestione.

Costa aveva aiutato molto Scott Jovane a stendere un piano industriale credibile e, a partire dal 2015, fu avviata una serie di cessioni di attività che avevano costituito la diversificazione degli anni prima anche per dare senso al nome Rcs MediaGroup. La vendita più significativa fu quella delle quote azionarie nelle radio (Radio 105, Radio Montecarlo, Virgin Radio Italia e Virgin Radio Tv). Le quote furono vendute al socio e in parte fondatore di quelle radio, Alberto Hazan, proprietario di Finelco.

Ancora più importante era stata la vendita della sede storica di via Solferino - ricomprata da Cairo nel luglio 2022 - e quella decisiva della divisione Libri a Mondadori.

Ma tutto ciò non bastò all’uomo su cui aveva puntato Elkann per salvare il posto di amministratore delegato. Jovane era infatti scivolato sull’attribuzione di un bonus (poi revocato) a sé stesso e ad altri manager dopo i tagli al personale; aveva affiancato alla Gazzetta dello Sport un sito di scommesse, Gazzabet, che ne riduceva la credibilità, e aveva alzato il prezzo di vendita delle copie del Corriere. La rivista Wired lo aveva poi beccato, lui che certamente capiva il digitale più di tutti i dirigenti precedenti, a comprare clic fasulli per far salire il traffico del nuovo sito. Era anche andato allo scontro verticale con il direttore Ferruccio de Bortoli.

Per cercare di salvare l’ad da lui scelto, con una spregiudicatezza che non gli era ancora conosciuta, all’inizio del 2015 Elkann fece invitare De Bortoli a cena da Luca Garavoglia, componente del consiglio d’amministrazione di Fiat e in proprio maggior azionista di Campari, gruppo in forte crescita.

L’aperitivo servito a de Bortoli fu amarissimo, poiché gli fu comunicato che non aveva più la fiducia del sindacato di controllo, o meglio del maggior azionista, la Fiat di Elkann. In quella cena, che Ferruccio ha raccontato nel suo libro Poteri forti (o quasi), Elkann mostrò come anche lui, al pari di altri industriali con le mani nei e sui giornali, intendeva l’autonomia del direttore.

In realtà, dal 30 ottobre 2013, il patto di comando era stato sciolto e quindi la compattezza che aveva garantito la gestione di Rcs era finita. Ed era per questo che Elkann contava più degli altri. In occasione dell’aumento di capitale del 2013, quando appunto Elkann aveva raddoppiato la sua quota, l’unico che cercò di contrastarlo fu Della Valle: pur avendo anticipato tutti nell’uscita dal patto di sindacato già nel 2012, il patron di Tod’s non aveva però cessato di avere interesse nella casa editrice tanto da crescere anche lui di quota fino all’8,81%, dietro solo a Fiat e a Mediobanca. De Bortoli fu invitato a lasciare il 30 aprile del 2015: quando si trattò di sostituirlo, il parere di Della Valle fu decisivo per la nomina di Luciano Fontana.

A indicare Fontana, che fino a quel momento era vicedirettore vicario, fu lo stesso de Bortoli, non naturalmente a Elkann che gli aveva negato la fiducia, ma al presidente Costa e agli altri azionisti con cui era in buoni rapporti. L’unico che non si era pronunciato era proprio Della Valle. Conoscendo la mia amicizia con Diego, sia de Bortoli che Fontana me ne parlarono. Era in corso l’assemblea di Class Editori per il bilancio 2014 e Diego rispose a una mia chiamata della mattina proprio durante l’assemblea. Poiché avevo da sempre un’amicizia professionale e stima di Ferruccio e avevo apprezzato il lavoro di Fontana, mi permisi di chiedere a Diego di incontrarlo.

L’incontro avvenne il giorno stesso e Diego si convinse della professionalità di Fontana, ex giornalista dell’Unità, con grande capacità di gestire il giornale. Infatti, Ferruccio sosteneva apertamente che a fare il giornale ogni giorno era Fontana e che le cose migliori nascevano da lui.

Per Elkann aver dimissionato de Bortoli fu una sorta di vittoria di Pirro: il posto di direttore, in continuità, fu preso dal vice, con il consenso di larga parte degli azionisti. Fu di fatto l’uscita anticipata di Fiat dalla stanza dei bottoni di Rcs e del Corriere, che ebbe un’altra tappa decisiva con le dimissioni di Scott Jovane pochi mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno.

Al suo posto fu nominata la prima donna ad del Corriere, Laura Cioli, con esperienza all’Eni e a Sky. Ma la china era sempre più ripida ed era difficilissimo risollevare la principale casa editrice italiana, nonostante la professionalità del presidente Costa e l’impegno di Cioli. Le banche non avevano fiducia nel risanamento e, a distanza di un anno dall’insediamento di Fontana, si compì l’operazione Cairo, che era entrato nel capitale di Rcs, evidentemente con le idee molto chiare, già in occasione dell’aumento di capitale del 2013. (riproduzione riservata)



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