La questione della Groenlandia è salita all’onore delle cronache dopo le esternazioni di Donald Trump, ancor prima del suo insediamento, sulla proposta di comprare l’isola artica, fino ad arrivare alla minaccia di occuparla con la forza. I danesi, che all’inizio avevano preso sottogamba le uscite del presidente Usa, si sono pian piano resi conto che l’amministrazione repubblicana fa sul serio, tanto che la premier Mette Frederiksen ha incontrato ieri il suo omologo britannico, Keir Starmer, per assicurarsi il sostegno europeo. Sebbene nelle dichiarazioni non si faccia menzione nello specifico della Groenlandia, territorio danese autonomo, Frederiksen ha sottolineato che :«abbiamo bisogno di un’Europa più forte che contribuisca di più alla Nato e che sia più indipendente». Per poi aggiungere: «Allo stesso tempo, dobbiamo fare la nostra parte per mantenere la partnership transatlantica, che è stata il fondamento della pace e della prosperità dalla seconda guerra mondiale».
La disputa diventa sempre più accesa, perché il destino della Groenlandia è legato a doppio filo alla transizione ecologica, per la ricchezza dei minerali che custodisce nel sottosuolo, e per l’effetto dello scioglimento dei ghiacci che, se da una parte ne agevola l’estrazione, dall’altro apre nuove rotte navali più efficienti, oltre ad avere un’importanza strategia dal punto di vista militare tra l'Oceano Artico e quello Atlantico.
Il Paese, esteso sette volte l’Italia, con una popolazione di 56 mila abitanti e un pil di appena 3 miliardi di dollari (in base alle ultime stime disponibili del 2021), per ora ha fatto pochi investimenti nel settore minerario, ma adesso con Trump si aprono nuovi scenari, come spiega Carlo Capuano, senior vice president, sector lead-global sovereign ratings di Morningstar Dbrs.
Domanda. L'interesse di Trump per la Groenlandia non è una novità. L’ha espresso per la prima volta nel 2019, ma non si è mai tradotto in alcuna azione. Quali sono le differenze ora?
Risposta. La situazione adesso è diversa da almeno tre punti di vista. Prima di tutto il timing dell’annuncio. Allora il presidente Usa era a fine mandato, mentre adesso ha fatto l’annuncio ancora prima dell’insediamento e ha quindi altri quattro anni davanti. La seconda riguarda la presenza militare russa e cinese, che nel frattempo in quest’area è molto aumentata. Il terzo aspetto da considerare è che Trump non ha escluso l’intervento miliare. Un’opzione che ritengo molto improbabile, perché andrebbe a minare le alleanze Nato.
D. Le risorse naturali più preziose della Groenlandia risiedono nella sua vasta ricchezza mineraria, che ha un potenziale reale per far progredire la sua economia. I depositi identificati includono metalli preziosi come oro e platino, una serie di metalli di base (zinco, ferro, rame, nichel, cobalto e uranio) ed elementi delle terre rare. Quanto valgono queste risorse naturali?
R. Negli anni sono state fatte diverse stime, che sono state speculative, sulle risorse presenti e potenzialmente estraibili. Noi non ne abbiamo elaborata una al riguardo, ma ritengo che vadano prese con le pinze perché ci sono vari elementi da considerare, come i costi che sarebbero necessarie per le estrazioni e le infrastrutture da costruire a tal proposito, di cui momento il paese non dispone.
D. Nel 2021 il parlamento della Groenlandia ha vietato tutte le miniere di uranio, bloccando per il momento lo sviluppo di Kvanefjeld. Nello stesso anno il governo ha anche proibito qualsiasi ulteriore sfruttamento di petrolio e gas. Cosa potrebbe succedere ora?
R. La questione ambientale è sicuramente molto importante e l’abbiamo visto dalle decisioni che sono state prese in passato. Quello che potrebbe succedere nel medio-lungo termine è che le finanze pubbliche della Groenlandia potrebbero essere negativamente inficiate dall’invecchiamento della popolazione, portando i leader del paese ad essere più aperti in tal senso, ferme restando le preoccupazioni per la salvaguardia della natura.
D. Quanto è dipendente dalla Danimarca?
R. La Groenlandia beneficia di forti sussidi dalla Danimarca, che pesano per il 20% del pil e per il 40% delle entrate correnti, perché l’economia è poco diversificata, basandosi essenzialmente su pesca e turismo. Questi sussidi sono inoltre diminuiti nel tempo, visto che negli anni Novanta ammontavano al 30-35% del pil, perché calcolati rispetto all’inflazione e ai salari dei due Paesi. A meno di una riforma a tal proposito, la Groenlandia potrebbe quindi trovarsi nella necessità di diversificare maggiormente la propria economia, aprendosi di più verso iniziative che provengono dall’estero. (riproduzione riservata)