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Giovannini (Mims): non possiamo più permetterci uno sviluppo insostenibile
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Giovannini (Mims): non possiamo più permetterci uno sviluppo insostenibile

21 ottobre 2021, 16:33 Ultimo aggiornamento: 16:42

Il Pnrr rappresenta una grande opportunità ma restano diverse sfide da affrontare. I problemi maggiori sono la mancanza di competenze, la scarsa attrattività per gli investimenti e la questione meridionale nelle infrastrutture. Sono alcune questioni affrontate durante la conferenza organizzata dalla divisione Imi Corporate & Investment Banking di Intesa Sanpaolo

L’Italia per crescere e diventare più efficiente e competitiva necessita di molteplici fattori, fra i quali la realizzazione delle riforme del Pnrr, oltre a quelle strutturali connesse, un sistema normativo e di appalto semplice e funzionale, e il lavoro di concerto tra il settore pubblico e privato per accelerare la realizzazione dei progetti del Piano. E nondimeno la duplice transizione digitale ed ecologica, soprattutto nel patrimonio infrastrutturale. Questi gli orientamenti principali emersi nella conferenza “Infrastrutture sostenibili: un bene comune” organizzata dalla divisione Imi Corporate & Investment Banking di Intesa Sanpaolo, a Villa Aurelia a Roma.

L'idea del titolo del convegno “è una scelta culturale molto forte e coerente con il cambio di nome che ho voluto dare al mio ministero non più dei trasporti ma delle infrastrutture e della mobilità sostenibili”, ha commentato Enrico Giovannini. E questo perché “oggi non possiamo più parlare solo di infrastrutture: o sono sostenibili o non sono”, come, infatti, “non possiamo più permetterci uno sviluppo insostenibile come non possiamo più permetterci infrastrutture insostenibili”. Per di più “il Covid ci ha fatto capire l'importanza delle infrastrutture sociali: non solo ponti, ferrovie, ma quelle che guidano la nostra vita quotidiana, il modo in cui abitiamo e ci muoviamo nelle città”.

Questo cambiamento di prospettiva culturale deve essere declinato però nella realtà e il ministro sottolinea alcune dinamiche centrali. Innanzitutto, è stato introdotto il fattore della fattibilità tecnico-economica negli appalti, ossia “ogni impresa che concorrerà per il Pnrr dovrà indicare come quel progetto contribuisce all’impatto ambientale, agli obiettivi di transizione ecologica europea, a rispettare i lavoratori, a ridurre la differenza di genere”. Bisogna poi migliorare la qualità della pubblica amministrazione, tanto che il dicastero di Giovannini ha avviato la Pnrr Academy, con cui già “stiamo formando 15 mila responsabili delle pa locali”. Infine, il ministro ha ricordato il lavoro della commissione sulle domande di riqualificazione urbana, perché senza questa “si creerebbero diseguaglianze, così come senza una riforma del tpl rischiamo di lasciare indietro molte persone”. In sostanza quindi, “transizione ecologica, sviluppo economico e riduzione delle disuguaglianze vanno insieme”, e “questo è il cuore del Next  Generation, su cui si concentra il governo”.

Anche Alessandro Rivera, il direttore generale del Tesoro, ha evidenziato l’importanza delle riforme previste dal Pnrr, che ci possono permettere di “affrontare i nodi strutturali dell'economia e fare investimenti di lungo periodo”. Ma ciò non basta: bisogna intervenire anche sui processi non inseriti nel Piano ma “connessi e altrettanto essenziali per rendere il nostro Paese più dinamico”. Prioritaria è la riforma fiscale perché “ci sono evidenze che l'attuale sistema tributario sia un ostacolo alla crescita economica sostenibile”. A causa, ha aggiunto Rivera, di “un’aliquota esplicita sul lavoro troppo alta rispetto alla media, la complessità del sistema tributario con una stratificazione di norme che coincide in modo negativo su crescita e investimenti tanto che il Cdm vi è intervenuto con un apposito disegno di legge delega”.

Sulla stessa linea di pensiero, Renato Ravanelli, ad di F2i, ha dichiarato che “le riforme sono un punto fondamentale” perché “consentono di colmare un gap di credibilità che l’Italia” e di conseguenza perché “senza di esse i capitali non arrivano”. Ad oggi, infatti, “gli investitori si basano su di una promessa, il Pnrr, una promessa credibile che crea aspettative”. Ravanelli ha poi precisato che “per avere infrastrutture sicure, efficienti e moderne di cui l’Italia ha bisogno, è importante avere una dimensione di scala dal lato dell’offerta, dove i gestori sono ancora troppo frammentati”.

Invece, per Pietro Salini, amministratore delegato di WeBuild, “il primo problema del nostro Paese è la paura della firma: nel nostro settore non ci sono funzionari pubblici che si assumano questa responsabilità, perché ai nostri funzionari pubblici non è permesso sbagliare”.

L’ altro problema “serio” da affrontare non è la mancanza di funzionari nella pa, ma che “fare il Pnrr significa avere 100 mila persone pronte per lavorare e 25 mila specializzati che adesso non ci sono”. Il tema “dei tecnici e degli ingegneri” preoccupa anche l’ad di Fs, Luigi Ferraris, che ha puntualizzato che “per la prima volta abbiamo le disponibilità finanziarie, dobbiamo lavorare sodo perché vengano trasformate in persone, competenze e know how”. La “grande sfida in casa nostra” spinge Fs a “lavorare nei prossimi 10 anni su ritmi di investimento di 10-12 miliardi l’anno, dentro cui ci sono opere, treni, tecnologia e manutenzione”.

Nell’attuazione del Pnrr, invece, secondo Matteo Del Fante, direttore generale di Poste, si deve tenere conto della produttività: scegliere, quindi, “investimenti e iniziative che ci faranno uscire nel 2025-26 con un’economia più produttiva”.

L’Italia ha, per giunta, un significativo gap negli investimenti. Negli ultimi vent’anni, infatti, “c'è stato un ritardo negli investimenti notevolissimo, dal 2009 al 2018 investimenti pubblici si sono ridotti del 34 %”. E tutto questo “si ripercuote sulla crescita del paese” ha precisato Gaetano Miccichè, chairman della Divisione Imi Corporate&Investment Banking di Intesa Sanpaolo. L’istituto ha dunque deciso di supportare il Pnrr “creando una nuova disponibilità di 400 miliardi, per digitalizzazione e transizione ecologica, a sostegno di ciò che serve per la ripresa”, di cui 270 miliardi rivolti alle imprese. Anche per Mauro Micillo, chief Divisione Imi Corporate & Investment Banking Intesa Sanpaolo, “nonostante l’Italia cresca più delle media Ue e il rimbalzo economico sia importante” il divario negli investimenti deve essere la priorità. Per attrarre i capitali sul fronte delle infrastrutture sono cruciali “il partenariato pubblico privato, la tutela della filiera italiana, un sistema normativo semplice e funzionale (rule of law), la riduzione dei tempi della giustizia e la tassonomia, cioè quali sono le metriche di sostenibilità, da imporre ex ante e misurare ex post”.

Ha concluso i lavori la ministra per il Sud e la coesione territoriale, Mara Carfagna, soffermandosi sull’impatto delle riforme infrastrutturali del Pnrr sul Mezzogiorno italiano. Già Miccichè aveva definito “il Pnrr un’ottima occasione” per risolvere la questione meridionale: “se continuiamo ad avere un'area che genera Pil e una che non lo genera e non interveniamo effettivamente su questo non riusciremo mai a crescere come dovremmo”. Del Fante aveva, inoltre, precisato che il Sud “non è solo geografico ma è fatto anche delle aree interne e il Pnrr ci dà un supporto per riconfermare il nostro impegno in quelle aree”. La Carfagna ha infine dichiarato che “il Pnrr rappresenta un cambio di paradigma importante”, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture. Trasmettendo il messaggio che il governo “sta costruendo le condizioni per fare del Mezzogiorno nei prossimi 5-10 anni un nuovo terreno fertile per gli investimenti, un habitat naturale favorevole all'attività di impresa, che le imprese scelgono per creare valore e lavoro, sapendo di poter contare su due grandi risorse: una rete logistica efficiente e moderna e uno Stato alleato”. (riproduzione riservata)



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