Sarebbe sbagliato pensare che quella di Giorgia Meloni sia la prima sconfitta cocente per l’Italia in quanto il suo partito non ha votato per la rielezione di Ursula von der Leyen.
Essersi tirati fuori dalla maggioranza dei partiti storici che hanno reso possibile il bis della politica tedesca alla guida della Commissione Europea (popolari, socialdemocratici, liberali più i verdi) forse è stata alla fine per Fratelli d'Italia una strada obbligata, perché un voto favorevole l’avrebbe fatta confluire tra i partiti d’opposizione nel nostro paese che hanno detto sì, a cominciare dal Pd.
E sarebbe sbagliato anche pensare che tale voto contrario ridurrà le possibilità di avere commissari di peso, perché queste erano già basse in quanto in Europa vige una legge non scritta di escludere dai posti di comando i partiti di destra e gli euroscettici, cosa che sono Lega e Fratelli d’Italia, ad eccezione di Forza Italia guidata da Antonio Tajani, che a questo punto diventa l’unico pontiere tra Roma e Bruxelles.
Ma il nodo non è questo. L’Italia registra sconfitte brucianti a Bruxelles più o meno dal 1992, anno dell’entrata in vigore del Trattato di Maastricht. Aver subito la pressione dei partiti del Nord Europa affinché vendessimo di corsa banche, enti e partecipate di stato per farci entrare nel club dell’unione monetaria è stata la prima di tutte le débâcle, perché ci ritroviamo con un sistema industriale più povero, un’economia meno competitiva e un risparmio nelle mani di fondi stranieri; a mo’ di esempio basti pensare a quello che è capitato alla Telecom Italia dopo la prima, folle privatizzazione.
È stata una sconfitta pagare addirittura una eurotassa nel 1996 per entrare invece nell’euro ad un tasso di cambio (1.936,27 lire per un euro) troppo sfavorevole, che ha ridotto di molto il potere di acquisto degli italiani e gonfiato enormemente le rendite immobiliari e i prezzi delle case.
Ed è stata una sconfitta prestarsi nel 2011 alla dittatura dello spread, quando i fondamentali della nostra economia, come ricorda spesso Giulio Tremonti, erano solidi. Da quell’anno scontiamo una cessione di sovranità che ancora paghiamo a caro prezzo.
Dunque, questa di Meloni non è la prima né l’ultima sconfitta ma potrebbe essere la più pericolosa. E questo perché i posti che contano in Europa non sono quelli di commissario (dove punta il ministro degli Affari Europei Raffaele Fitto) ma quelle direzioni generali che rappresentano il cuore del gigante normativo comunitario e dove noi possiamo contare poche figure di rilievo come Mario Nava e Roberto Viola, mentre francesi e tedeschi dominano i gangli della Commissione a prescindere dai risultati alle elezioni nei rispettivi paesi.
Sarà una sconfitta cocente, questo sì, se il nostro governo non riuscirà a imporre le istanze nazionali, a favore di famiglie e imprese, in sede di Consiglio Europeo, il vero governo dell’Unione. L’Europa funziona a maggioranze variabili sui singoli dossier ed è nel Consiglio che si possono ribaltare le vicende dei cammini normativi.
Ma sarebbe un errore pensare anche che Ursula von der Leyen avrà vita facile coi suoi 401 voti a favore, perché dovrà coniugare il vecchio New Green Deal col nuovo New War Deal, in quanto i paesi membri dovranno aumentare gli sforzi ambientalisti e aumentare le spese militari, scomputandole dal deficit come giustamente pretende il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e come forse proporrà nel suo lavoro Mario Draghi.
La partita dunque è persa e non siamo nella maggioranza di Ursula, ma il campionato europeo ha molti match in programma ed è lì che l’Italia dovrà battersi ancora per ridurre l’impatto delle politiche green su casa, auto e emissioni industriali. In caso il paese perdesse altre battaglie allora sì che rischieremmo una retrocessione, insieme al presidente del Consiglio. (riproduzione riservata)